Mentre per Atene si avvicina la ferale scadenza del 30 giugno, si profila all’orizzonte geopolitico di questa crisi epocale l’ingombrante presenza della Cina, tanto per non farci mancare nulla. In verità, è da qualche anno che Pechino si è ritagliata un ruolo importante quale partner della Grecia. Di recente, nella primavera del 2013, ha stretto vantaggiosi accordi commerciali ed industriali focalizzati attorno all’uso del terminal dei container del Pireo, il porto della capitale greca, che diventerà una sorta di hub per lo smistamento e il transito delle merci cinesi. L’obiettivo è chiaro: sfruttare la debolezza economica (e politica) di Atene per trasformare il Pireo nella porta più importante dell’Asia in Europa. Per ottenere, bisogna sedurre.

Basta poco. Un sorriso, uno sguardo ammiccante. E promesse che sanno di miliardi. Così, venerdì è rimbalzata la notizia che il governo cinese sarebbe intenzionato a foraggiare quello ellenico, non solo con investimenti e acquisti di bond, ma con robuste iniezioni di denaro. Almeno, questo si vorrebbe far credere all’opinione pubblica riportando una dichiarazione (abbastanza cauta) del vice ministro degli Esteri cinese Wang Chao: “La Grecia è in una fase cruciale. La Cina vuole che resti nell’Unione Europea. Daremo il nostro contributo perché ciò accada”. Come a dire: a Pechino interessa che la Grecia esca fuori non dall’Ue, bensì dalla crisi, in modo che resti nell’euro. E che non ci siano sconquassi finanziari, tantomeno sociali. Un segnale diretto ai tedeschi e ai “falchi” di Bruxelles che agitano lo spettro della catastrofe. Perché, è il sottinteso cinese, a chi conviene una Grecia dalle reni spezzate se non a chi vuole poi farne bocconcini pagati quattro soldi?

A rendere più complicato questo Piccolo Grande Gioco della Grexit ecco che Mosca fa da sponda alle buone intenzioni di Pechino. Con una breve, quanto significativa, nota dell’agenzia di stampa Ria-Novosti. Ormai solo la Russia e la Cina possono salvare la Grecia, è la sostanza del dispaccio giornalistico. Di sicuro, gli interventi cinesi sono sostanziosi: in questi ultimi tempi sono stati sottoscritti contratti per un totale di 6,5 miliardi di dollari. Sempre Ria-Novosti sottolinea come Atene si aspetti un’ondata di investimenti stranieri e in questo ottimistico scenario, aggiunge, un ruolo da protagonista l’avrebbe giustappunto la Cina. Che non punta più solamente a gestire il Pireo e trasformarlo in testa di ponte cinese nel Mediterraneo, per consolidare e sviluppare il commercio coi paesi dell’Europa meridionale e balcanica.

Ci sono le infrastrutture da modernizzare: Pechino vorrebbe realizzare una linea ferroviaria ad alta velocità che attraverso i Balcani arrivi a Vienna, tale da ottimizzare la distribuzione delle merci (un tunnel è già stato realizzato). Occorre rendere più competitivi i porti, per adeguarsi ai piani di sviluppo previsti dalla potentissima Cosco, la China Ocean Shopping Company, un colosso dei trasporti marittimi che dispone di una cospicua flotta, oltre 130 mercantili (e non solo) e che ha acquisito il controllo di parte delle strutture portuali del Pireo, il primo porto europeo per numero di passeggeri, 18 milioni lo scorso anno.

Il gruppo Cosco è presieduto da Wei Jiafu. Le sue intenzioni sono state comunicate ad Alexis Tsipras tramite il suo uomo di fiducia Fu Cheng Qui, il “dominus” del Pireo: “Noi siamo pronti, vogliamo investire in Grecia, considereremmo con molta attenzione qualunque apertura di bando ufficiale da parte delle autorità elleniche” (lo riporta il sito di Panorama). Tsipras vedrebbe di buon occhio l’operazione, i sindacati portuali si oppongono, avvisa il giornale Kathimerini, attenzione a svendere il Paese, e poi, siamo sicuri che ci convenga? I portuali sono pronti a scioperare, come è già successo altre volte “per via delle condizioni di lavoro imposte dai cinesi, considerate troppo dure”.

Altro comparto strategico è quello delle telecomunicazioni. E qui entra in gioco un altro gigante, anzi due: la Huawei di Shenzhen che compete con Samsung e la Apple e la Zhongxing telecommunication equipment corporation (Zte) che nel marzo del 2014 ha siglato con la Cosco un accordo per utilizzare il Pireo quale base di smistamento.

La Grecia è il jolly cinese che Tsipras agita davanti agli occhi dei creditori di Atene. E’ uno stato-porto, alla canna del gas (russo). Dove vivono ventimila cinesi (su 11 milioni di abitanti). Nella nuova mappa della crisi greca, bisogna quindi tener conto dei sussulti che arrivano dall’estremo Oriente. Venerdì la Borsa di Shanghai ha perso il 7,4 per cento, una sberla. Dal 12 giugno, il calo complessivamente è stato del 19 per cento. Dulcis in fundo, il premier cinese Li Keqiang si recherà lunedì a Bruxelles, giusto il giorno prima dell’ardua sentenza del 30 giugno, per incontrarsi con i leader delle istituzioni europee nell’ambito di un nuovo vertice Ue-Cina. Putin, per il momento, sta a guardare. Non si illude più di tanto: la Grecia è una pedina fondamentale per la Nato, perché lasciarla cadere nelle mani dei cinesi e dei russi? Intanto, però, si gode l’imbarazzante balletto dell’Ue, le contorsioni di Francois Hollande, il cipiglio di Angela Merkel e del suo durissimo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, l’inanità di Matteo Renzi, l’altezzosità dei paesi baltici, il moralismo affettato degli olandesi e del Grande Nord, il cinismo britannico…