Dopo aver annunciato l’avvio della ristrutturazione dei contratti derivati sul debito pubblico sottoscritti con le banche d’affari, il Tesoro torna a rispondere alle polemiche su finalità e costi di questi strumenti. Finalizzati sulla carta a proteggere i bilanci dal rischio di eventi avversi, ma in diversi casi diventati un boomerang per le finanze dello Stato. “Assolutamente si esclude alcuna ipotesi di occultamento di parti di debito pubblico. E’ tutto assolutamente registrato”, ha detto il direttore generale del ministero delle Finanze, Vincenzo La Via, intervenendo in commissione alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva partita l’anno scorso. Ma il funzionario, pur definendo “infondati” i “timori sui cattivi impatti sui conti pubblici a causa di un insufficiente presidio”, ha anche annunciato che d’ora in poi via XX Settembre si concentrerà su una “maggiore trasparenza, con comunicazioni periodiche fatte bene, nell’attività relativa ai derivati”.

Primo atto dell’operazione sarà, “nei prossimi mesi”, la presentazione di “un numero zero” del rapporto annuale sul debito che sarà poi pubblicato ogni anno. “Sarà quindi finalmente possibile avere in un unico documento la visione complessiva di quali sono stati gli obiettivi perseguiti, sia con attività di emissione che con quella di gestione. E a consuntivo si potrà verificare in che misura gli obiettivi sono stati raggiunti e cosa ne abbia favorito o ostacolato la realizzazione nel corso dell’anno di riferimento”.

Il documento fornirà anche “ulteriori elementi sull’evoluzione futura del portafoglio derivati”. “Continuerà infine” da parte del Tesoro “l’affinamento dei modelli informatici e si cercherà di rafforzare la gestione del debito pubblico anche in termini di risorse umane. E’ innegabile che l’attività è così delicata e sensibile che un potenziamento è non solo auspicabile ma necessario“, ha ammesso La Via.

Quanto al futuro, l’attività relativa ai derivati “si limiterà a operazioni di valuta estera”: stop dunque ai derivati per gestire il rischio legato all’aumento dei tassi di interesse, quelli da cui in passato sono derivate grosse perdite e che a fine 2014 hanno accumulato un valore di mercato (‘mark to market’) negativo per 42,6 miliardi. Vale a dire che il Tesoro, in caso di chiusura simultanea di tutti i derivati al 31 dicembre dello scorso anno, avrebbe dovuto versare alle controparti quella cifra. Per il dg del ministero però quella valutazione “non ha senso”, perché “i derivati sono elementi integranti del portafoglio complessivo del debito”. “Se un gestore del debito si posiziona su durate prudenziali e quindi tendenzialmente lunghe, com’è il caso dell’Italia, è concettualmente assurdo caratterizzare come perdite le caratteristiche di questa strategia nel caso che l’evento rischioso, cioè la salita dei tassi, non si sia verificato. Sarebbe ugualmente scorretto descrivere come guadagno o peggio vincite le conseguenze di un rialzo dei tassi”.