I contratti derivati finiscono al centro di un’indagine parlamentare. Ma nel frattempo i buoi sono scappati, nel senso che è uscita indenne dal passaggio in commissione alla Camera la norma, contenuta nella legge di Stabilità, che introduce la possibilità per le banche d’affari con cui il Tesoro ha in essere derivati per 160 miliardi di ottenere depositi di garanzia che li tutelino in caso di default dell’Italia. Il presidente della commissione Finanze di Montecitorio, Daniele Capezzone (FI), ha fatto sapere che “con il consenso di tutti i gruppi presenti” la commissione “ha deliberato l’avvio di una indagine conoscitiva sull’utilizzo degli strumenti finanziari derivati, nel settore pubblico e non”. Nell’arco di quattro mesi saranno sentiti rappresentanti del ministero dell’Economia, della Corte dei conti, della Cassa depositi e prestiti, della Consob, di Banca d’Italia, della conferenza delle Regioni e dell’Anci, oltre che l’Associazione bancaria italiana, esponenti “delle principali banche e intermediari finanziari”, esperti e studiosi della materia. Obiettivo, “arrivare a un rapporto finale che offra un monitoraggio, una vera e propria radiografia della reale situazione esistente in Italia rispetto ai derivati”, spiega Capezzone.

L’iniziativa, sollecitata dal deputato di Sinistra ecologia e libertà Giovanni Paglia, arriva però dopo che l’articolo 33 della Stabilità sugli “accordi di garanzia in relazione alle operazioni in strumenti derivati” ha superato l’esame della commissione Bilancio della Camera. La norma, caldeggiata dal Tesoro e in particolare dalla responsabile della direzione Debito pubblico Maria Cannata, comporta che Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank e le altre banche con cui negli anni novanta lo Stato ha sottoscritto derivati diventino creditori privilegiati dell’Italia. Vale a dire che in caso di crisi del debito verranno rimborsati per primi, mentre gli altri, compresi i piccoli risparmiatori italiani, dovranno mettersi in fila.

Paglia, nella lettera a Capezzone, ha chiesto che vengano “acquisiti altri elementi di valutazione, con particolare riguardo al profilo di possibile maggior rischio insito nell’assunzione dello Stato di eventuali garanzie, data anche l’incertezza sulle prospettive macro e di finanza pubblica”. Umberto Cherubini, docente di Finanza matematica e gestione dei rischi finanziari a Bologna, su lavoce.info ha stimato un costo potenziale “per il bilancio dei contribuenti italiani” variabile tra 440 milioni e oltre 1 miliardo di euro.