Dopo le polemiche sulle perdite effettive e potenziali causate dai contratti derivati, il Tesoro intende accelerare sulla “ristrutturazione“. Cioè la rinegoziazione con le banche d’affari di questi strumenti, che nascono come armi difensive per tutelarsi, perlopiù, dal rischio di un aumento dei tassi di interesse, ma in seguito alla progressiva diminuzione dei tassi si sono spesso trasformati in un boomerang. Ad annunciarlo è stato il ministro Pier Carlo Padoan, che ha spiegato il cambio di strategia dicendo che via XX Settembre intende “gradualmente ristrutturare o chiudere alcune posizioni che si sono rivelate troppo costose“. E rischiano di esserlo sempre di più viste le misure messe in campo dalla Bce con l’obiettivo di ridurre ulteriormente i tassi. Questa nuova fase andrà gestita con attenzione, ha detto Padoan, perché inevitabilmente comporta costi per le finanze pubbliche. Come emerso nei giorni scorsi, tra 2011 e 2014 i derivati hanno già comportato un aumento della spesa pubblica di 12,7 miliardi, che salgono a 16,95 miliardi considerando anche gli aggiustamenti contabili che incidono sul debito.

A fine 2014 i contratti in portafoglio alla Repubblica italiana hanno accumulato un valore di mercato (‘mark to market’) negativo per 42,6 miliardi. Questo significa che il Tesoro, in caso di chiusura simultanea di tutti i derivati al 31 dicembre dello scorso anno, avrebbe dovuto versare alle controparti quella cifra. Padoan ha però ribadito quello che aveva detto in Parlamento la responsabile del debito pubblico Maria Cannata: il mark to market non è esigibile in qualsiasi momento e pertanto “non si traduce in un esborso immediato”.

“In un contesto di crisi globale gli errori sono la norma e non l’eccezione”, ha spiegato il ministro. E “proprio perché le decisioni sui derivati devono riflettere il quadro macroeconomico atteso nel futuro, le decisioni prese avendo a mente un quadro macro diverso saranno progressivamente tolte di mezzo. Naturalmente questo comporta dei costi e quindi lo stiamo facendo cercando di minimizzare al massimo i costi” dell’operazione. Dal ministero fanno sapere che oggi non vengono più sottoscritti contratti per la copertura dal rischio del tasso di interesse, ma solo swap sui tassi di cambio.