“La particolare violenza, nonché l’appartenenza degli indagati ad una pandilla, rendono non remoto il rischio che essi possano intimidire le persone offese”. Anche per questo il gip di Milano Gennaro Mastrangelo ha disposto il carcere per i due ragazzi del San Salvador e dell’ecuadoriano accusati di aver aggredito un capotreno a colpi di machete.

Nell’ordinanza c’è il racconto di R. M., ferroviere che, l’11 giugno scorso a Milano, era sul passante ferroviario quando il collega Carlo Di Napoli è stato gravemente ferito a un braccio, quasi amputato. Un ragazzo, dopo essere sceso, è “risalito sul treno, ha ‘puntato'” con il machete in mano il capotreno “inseguendolo all’interno della prima carrozza, mentre lui tentava di fuggire”. Anche verso di lui, tra l’altro, è stato indirizzato un “fendente”, ma è riuscito “a bloccare il braccio dell’aggressore”, prima di essere pestato. “Ricordo – ha spiegato il ferroviere – di essere stato buttato a terra e poi ho tentato di proteggermi il viso mettendomi in posizione fetale per attutire i colpi”.

Dall’ordinanza, tra l’altro, emerge anche che Josè Emilio Rosa Martinez – 19enne, difeso dal legale Andrea Mantuano e che ha già confessato di aver sferrato il colpo di machete – ha indicato ai magistrati anche un altro dei componenti del gruppo, oltre ai due giovani finiti in carcere con lui. Martinez, infatti, non solo si è detto “dispiaciuto” per il suo gesto e ha raccontato i dettagli di una serata a base di “vodka” conclusa con la brutale aggressione in treno, ma ha anche messo a verbale di aver preso in prestito l’arma da “Pajaro Loko”, soprannome di Andres Lopez Barraz. La consegna sarebbe avvenuta quando erano in un parco a bere con altri e prima di salire in gruppo (erano in sette e c’era anche tale “Kevin il Rokero”) sul passante ferroviario. L’amico teneva il machete “nascosto in un cespuglio”, ha spiegato Martinez, e “ho chiesto il permesso (…) ha detto che potevo prenderlo, e quindi l’ho nascosto all’interno dei pantaloni che indossavo”.

Gli agenti della Squadra Mobile, coordinati dall’aggiunto Alberto Nobili e dal pm Lucia Minutella, hanno trovato il “fodero” dell’arma a casa di “Pajaro” e sua madre ha raccontato che “quella sera il figlio, dopo essere rientrato, aveva azionato la lavatrice e intorno alle ore 5 circa del mattino stendeva la biancheria”. “Il mio intento – ha detto Martinez al gip – non era quello di ferire nessuno, ma solo di spaventare i controllori”. Per il giudice, però, il ragazzo aveva la “volontà di uccidere“, tanto che avrebbe mirato “in direzione del capo o comunque di altre parti vitali”. E avrebbe sferrato un “fendente” anche al collega “che riusciva a bloccare il braccio dell’aggressore”. Gli altri due arrestati, Jackson Jahir Lopez Trivino, detto ‘Peligro’, e Alexis Ernesto Garcia Rojas, noto come ‘Smoking’ e difeso dal legale Robert Ranieli, rispondono per “il concorso, quantomeno morale” nelle aggressioni, avendo anche “incitato allo scontro”.

Rojas, però, si è difeso: “Il controllore non l’ho picchiato né toccato, mi ha chiesto l’abbonamento e l’ho esibito”. In effetti, è stato accertato che era l’unico del gruppo ad avere un titolo di viaggio. Trevino, invece, ha spiegato al gip che lui si era “addormentato” in treno e che si è “svegliato per un’animata discussione già in atto”.