Come ordinato dalla Cassazione, che aveva confermato la responsabilità ma ordinato il ricalcolo della pena, sono state ridotte le condanne per tutti i sei imputati del processo Thyssekrupp. Per l’ad Harald Espenhahn la pena scende da dieci a nove anni e otto mesi. I famigliari delle sette vittime hanno protestato in aula alla fine della lettura della sentenza dei giudici della corte d’Assise d’appello di Torino. I giudici supremi avevano confermato la colpevolezza degli imputati per omicidio colposo ma avevano annullato una parte della sentenza di appello che riguardava una circostanza aggravante.

I parenti delle vittime, si sono trattenuti a lungo nel corridoio al piano interrato del Palazzo di Giustizia di Torino per protestare. “È uno schifo”, ha gridato una donna. “Vogliamo sapere quando questa gente andrà in galera”. C’è rabbia e frustrazione nelle parole dei parenti delle vittime. “Ce la facciamo andare per ora, ma il rischio è che piano piano le pene non ci saranno più'” dice Laura Rodinò, sorella di Rosario. “Vergognatevi” hanno urlato verso gli avvocati degli imputati. Qualcuno considera “poteva andare peggio”, e resta la paura di un nuovo passaggio della sentenza in Cassazione.

Il rogo e le vittime nello stabilimento di Torino
Era la notte del 6 dicembre 2007 quando l’incendio divampò sulla linea cinque dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino travolgendo otto operai. Si salvò solo Antonio Boccuzzi. Non ce la fecero invece Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone.

Il processo di primo grado
La sentenza di primo grado era arrivata nella tarda serata del 15 aprile 2011. Il dibattimento si era aperto il 15 gennaio del 2009, poco più di un anno dopo la tragedia. Un procedimento di quasi cento udienze che resterà nella storia del Paese per essere stato il primo processo per morti sul lavoro con richieste di pene altissime, in relazione all’eccezionalità dei reati contestati ai sei imputati chiamati a rispondere del rogo. La corte presieduta da Maria Iannibelli, aveva condannato l’amministratore delegato Harald Esphenhahn a 16 anni e mezzo di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale. Una sentenza storica per i morti sul lavoro. I dirigenti Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri erano stati condannati a 13 anni e mezzo di carcere mentre Daniele Moroni a 10 anni e 10 mesi di reclusione. Le parti civili avevano avuto risarcimenti per un totale di circa 17 milioni di euro, di cui quasi 13 milioni ai famigliari delle vittime. Secondo i giudici di primo grado fu una “scelta sciagurata” dell’ad “di azzerare ogni scelta di prevenzione”.

L’appello e le sezioni Unite
Ma il processo di secondo grado aveva ribaltato il verdetto. L’appello si era aperto il 28 novembre 2012 e il 28 febbraio 2013 la corte d’assise d’appello di Torino ha ridotto le pene ai sei imputati ed escluso il dolo riconosciuto in primo grado per l’amministratore delegato. Riformata la tesi dell’accusa del dolo eventuale, l’amministratore delegato Harald Espenhahn era stato condannato a 10 anni di carcere. Condanne ridotte anche per gli altri ex dirigenti imputati: 7 anni ai dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni e mezzo per il direttore dello stabilimento, Raffaele Salerno e 8 anni per Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza. Infine a Daniele Moroni la corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Giangiacomo Sandrelli aveva inflitto una condanna a 9 anni. Nelle motivazioni i giudici sostennero che “non ci fu dolo”.

A luglio poi Guariniello, insieme ai pm Laura Longo e Francesca Traverso e al pg Ennio Tomaselli, avevano presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza d’appello, come avevano fatto anche, con altre motivazioni, le difese degli imputati. La corte di Cassazione aveva poi ordinato il ricalcolo della pena.