Buone notizie dall’Irlanda, che ha votato sì al referendum per il matrimonio egualitario. Un paese ritenuto “cattolicissimo” non ha avuto problemi ad aprirsi a conquiste di civiltà che ormai prendono sempre più piede nel mondo di nuova e vecchia democrazia. Sono ormai 20 i paesi che nel mondo hanno approvato le nozze egualitarie, 14 in Europa. Negli Usa, 38 gli Stati che hanno seguito questa rotta. L’Irlanda, che da verde è diventata arcobaleno, si colloca nel consesso delle nazioni più progredite in merito ai diritti affettivi.

Inevitabile, va da sé, il confronto con l’Italia. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che considera legittime le richieste della gay community, le decisioni dei tribunali e i ricorsi al Tar sulle trascrizioni, il nostro sistema politico resta sostanzialmente immobile sulla “questione omosessuale” italiana. La legge sull’omofobia (di per sé irricevibile) giace impantanata al Senato. Il ddl Cirinnà è continuamente rinviato a data incerta. L’NCD ha presentato oltre tremila emendamenti per il ddl sulle unioni civili. Da un premier così decisionista ci si sarebbe aspettata maggiore solerzia. Eppure il panzer Renzi, che non ha paura a rompere con Forza Italia sull’elezione del Presidente della Repubblica o a inimicarsi i sindacati sul jobs act, non dimostra la stessa intraprendenza sulle civil partnership “alla tedesca”.

Occorre per altro ricordare che in Italia la discussione non è, appunto, sul matrimonio bensì su un provvedimento al ribasso, che conferirebbe diritti minori a cominciare dalle adozioni. I renzianissimi gay e lesbiche del Pd ci hanno insegnato in questi mesi due lampanti verità: la prima, non si può pretendere tutto e subito; la seconda, una mediazione al ribasso ha più probabilità di essere approvata. Ovviamente chi si oppone a questa visione – magari facendo notare che in Italia si è sempre seguita la loro ricetta, per arrivare al solito niente – viene tacciato di pessimismo e scarsa aderenza al reale. Credo, perciò, che occorra vedere la questione da un altro punto di vista.

Il matrimonio egualitario è l’ultimo anello, cronologicamente parlando, di una lunga lotta per i diritti che percorre la fine della schiavitù, le lotte sindacali, l’emancipazione di neri ed ebrei e il voto alle donne. L’orologio della storia è ormai messo in moto e prima o poi toccherà anche al nostro paese. Sembra però che Renzi e il suo partito abbiano scelto le unioni civili non per risolvere la questione ma per prendere tempo, ritardare la piena parità giuridica e nascondersi dietro questioni di metodo (non si chiama matrimonio, ma ha gli stessi diritti) per modificarne i contenuti politici rilevanti (infatti sono già spariti i riferimenti proprio al matrimonio stesso).

Una classe politica seria guarda al futuro, non a leggi che in Europa si votavano fino a dieci anni fa e che poi sono state sostituite dalle nozze in ben 13 paesi, escludendo la Spagna, arrivata al traguardo senza prima passare da soluzioni intermedie. Lo stesso mantra per cui si debba prima passare per istituti paralleli o vere e proprie unioni-ghetto, non ha ragioni logiche. È come se, per fare un esempio paradossale, prima di passare alla fibra ottica si debba necessariamente ricorrere ai vecchi modem a 56 kb. Se altrove un modello sociale funziona, dovremmo adottare l’ultimo “prototipo” disponibile e non rivolgerci a provvedimenti obsoleti che nelle nazioni in cui sono stati approvati vengono sostituiti da leggi ben più avanzate. La logica è quella. E se il Pd non legifera in merito, nascondendosi dietro prudenze di vario tipo, è solo ed esclusivamente per una specifica volontà politica. Quella del “non fare” quel tipo di legge! Ci sarebbe da aggiungere che, sempre a sentire i supporter renziani, se in Parlamento non ci sono i numeri per approvare il matrimonio, perché dovrebbero esserci per un ddl che sostanzialmente lo copia?

Per tale ragione mi ha molto incuriosito e sorpreso l’entusiasmo col quale queste persone hanno accolto il trionfo del sì in Irlanda. Quella vittoria, a ben vedere, sconfessa le intenzioni politiche del Pd sulle unioni civili e l’intero operato di una militanza che gioisce per quanto avviene all’estero salvo poi, in patria, attaccare chi sostiene il matrimonio con l’accusa di scarso pragmatismo e, naturalmente, di essere gufi. Questo il corto circuito, tutto interno al Pd.
Poi va da sé: oggi gioiamo per la comunità irlandese. Da domani penseremo, di nuovo, ai problemi di casa nostra.