Gli uomini dello Stato Islamico sono a pochi chilometri da Palmira, sito archeologico di importanza mondiale situato 240 km a sud di Damasco, e l’Unesco ha lanciato un allarme. Irina Bokova, direttore generale dell’agenzia Onu per la salvaguardia del patrimonio culturale, si è detta “allarmata” parlando con i giornalisti al termine del suo incontro a Beirut col premier libanese Tammam Salam. “Dobbiamo salvare Palmyra e impedire che venga distrutta”, si legge in un tweet dell’agenzia. Da 48 ore giungono notizie dalla Siria centrale di un avanzamento dell’Isis alla città di Tadmor, vicina al sito archeologico, lungo la strada che collega Dayr az Zor e Homs. L’area è protetta da forze governative siriane e ieri si sono registrati pesanti scontri.

“E’ un modo di finanziamento che purtroppo si è già visto in altre situazioni in Medio Oriente – spiega Maria Teresa Grassi, professoressa di Archeologia delle Province Romane presso l’Università degli Studi di Milano – se i miliziani arriveranno al museo di Palmyra lo saccheggeranno per rivendere questi beni sul mercato nero per auto-finanziarsi. Le prospettive per questo sito sono pessime”. “E’ un museo ricchissimo, dove sono conservati i famosissimi rilievi funerari. A Palmyra c’erano queste tombe collettive dei clan locali che ospitavano fino a 300-400 persone e ogni loculo era chiuso da un bellissimo rilievo con il ritratto del defunto. Sono famosissimi, ci sono in tutti i musei del mondo, dal Louvre al British“.

Nel sito, aggiunge la Grassi, che è responsabile dal 2007 al 2010 del progetto Palmais (Palmira Missione Archeologica Italo Siriana) dell’ateneo milanese, “i rischi più grandi riguardano il grande tempio dedicato a Baal, meravigliosamente conservato, ma anche la Via Colonnata, il teatro ed altri edifici. Intorno a Palmira, poi, ci sono due famosi castelli omayyadi risalenti al VII-VIII secolo dopo Cristo, meno noti al grande pubblico”, conclude. La docente esprime “preoccupazione” per le sorti di tutte le persone che lavoravano nell’ambito della missione Palmais, dagli operai ai funzionari del museo. “La popolazione dell’oasi non è scappata e quindi è a rischio altissimo”.

La proposta di utilizzare i Caschi Blu per salvare il patrimonio culturale è “una delle ipotesi”, precisa la professoressa che invita a trovare una soluzione “politica“, mentre finora “l’Onu e l’Unesco sono latitanti“.