Otto coppe a 2000 euro cadauna, 16 coppe di vari campionati e trofei a 1000 euro al pezzo, altre 96 a 200 euro l’una. Più duemila tra maglie, pantaloncini, palloni e trolley. Il Tribunale fallimentare ha deciso così. La data, a Siena, l’hanno cerchiata in rosso: “Il 3 giugno ci si prova”. Bisogna riprendersi almeno gli otto scudetti vinti a partire dal 2004. Anni di successi in Italia e in Europa, quando una città di 52mila abitanti sfidava Atene, Mosca e Barcellona su un parquet di pallacanestro. Alle spalle c’era il gigante Monte dei Paschi che in città tutto ha mosso per decenni. Quando da Rocca Salimbeni hanno chiuso i rubinetti, strozzati dal crack, lo sport senese si è scoperto nudo. Travolta da un’inchiesta nella quale si ipotizzano bilanci truccati è affondata la Mens Sana di basket. Schiacciata da anni di sprechi la Robur della famiglia Mezzaroma, che fu nido di Antonio Conte e si ritrovò a dover dire ai suoi calciatori “venite ‘già mangiati’ alla partita”.

“Sa qual è la verità? Una realtà come la nostra non poteva reggere in certe dimensioni senza il Monte. Siena ha un tessuto economico che non permette di vivere ai quei livelli – confessa Alessandro Lami, presidente del comitato La Mens Sana è una fede – E oggi, nonostante ricordi indimenticabili, darei tutto indietro pur di riavere quella squadra che galleggiava in A fino ai primi anni del 2000. La risposta migliore l’abbiamo data noi tifosi, la passione è sopravvissuta alla caduta di tanti personaggi discutibili. Basta venire una domenica allo stadio o al palasport per comprenderlo”. Già, perché nel basket la Mens Sana è ripartita dalla B, quarta categoria nel cervellotico metodo con cui vengono chiamati i campionati; nel calcio la Robur ha trovato posto nei Dilettanti, la quarta serie, dove mancava da quarant’anni. Le squadre sono state allestite in fretta ma con criterio e oggi accarezzano il sogno di una veloce risalita: la Mens Sana ha vinto la regular season e sta disputando i playoff; la Robur ha quattro punti di vantaggio sulla seconda e nel week end potrebbe brindare al ritorno in LegaPro. “In questa categoria la città non c’entra niente. È giusto che stia almeno nei campionati professionistici, ma in Serie D, sui campi di periferia, si è riscoperta la passione e il contatto diretto con la gente”. Parola di Massimo Morgia, che la Robur la allena e domenica scorsa, squalificato, ha deciso di seguire il match nel settore ospiti, arrampicandosi sulla ringhiera al gol-partita che ha regalato uno spicchio di promozione.

“Siena ci ha fatto sentire importanti”
I campi in terra battuta dell’Italia centrale ricordano a mister Morgia i suoi anni da calciatore, quando a Lucca, “sospinto da 11mila tifosi”, correva nelle stagioni degli anni Settanta: “A Siena – racconta – ho ritrovato questa dimensione ed erano anni che non vedevo qualcosa di simile”. A dare una mano sono stati quei tifosi che “fin da subito hanno sostenuto la Robur” anche se il “drammatico fallimento” aveva quasi fatto perdere le speranze di rivedere nutriti gruppi sugli spalti: “Sono stati relegati in una realtà che non meritavano – dice – ma adesso vengono in trasferta in mille, mille e duecento. Qui la tifoseria è diversa da quella di tutta Italia, ci sono donne, bambini e famiglie intere. Questa è una curva fatta da persone perbene”.

(Poggibonsi- Robur)

I numeri danno ragione al mister. Nel primo anno post-fallimento, la Robur ha potuto contare su quasi 4mila abbonamenti e Simone Vergassola, storico capitano bianconero con figli che si considerano senesi, non mente quando dice che “molte squadre di B vorrebbero fare questi numeri”. Si corre verso l’Artemio Franchi per una “voglia di rivalsa” dopo il crack Mps che ha fatto svanire sogni, ma non ha toccato la dignità della città. “Il passaggio dalla Serie B ai dilettanti – spiega – è stato traumatico soprattutto per come è arrivato, ma Siena ci ha fatto sentire giocatori importanti e insieme siamo ripartiti”. Quando si guarda alle spalle, Vergassola ricorda i giorni “tosti” del fallimento del 2014, con la squadra, a un passo dai play-off per la Serie A, costretta a mollare perché morsa dalla crisi economica. “Mps – dice il capitano che ha vissuto gli anni d’oro di Rocca Salimbeni – ha le colpe maggiori, ma anche la società dell’epoca avrebbe dovuto saper fare scelte diverse: la banca ha sempre contato tantissimo, ha sempre dato soldi, ma negli ultimi anni si sapeva che avrebbe detto basta”. E così è stato.

Chi guarda il pallone dagli spalti, e soffre senza poter correre, ha subito la retrocessione d’ufficio come un trauma d’amore: “Avevo deciso di chiudere con il calcio, poi ho scoperto che giocatori di D hanno testa, gambe e braccia come quelli di Serie A e ho capito che a me andava bene così”. Nicola Natili, memoria del tifo calcistico senese, pensa all’anno che sta finendo come un giro in purgatorio e dice che in fondo “il calcio è questo”, ma “non deve durare più di un anno”. Ha fretta perché l’ultima in B la ricorda con impotenza, partita sfuggente: “Cosa potevamo fare? Stare vicino alla squadra e vivere attimo per attimo. Cosa possono fare, del resto, in più i tifosi?”.

Il basket, tra eredità e cacciucco
Un’occasione in più per dimostrare la propria passione l’ha avuta chi segue il basket. Il fallimento della Mens Sana ha mandato all’asta i trofei della società. Proveranno a riprenderseli a giugno grazie a una colletta e all’aiuto della Polisportiva, tornata a controllare in maniera diretta il basket dopo gli anni in cui era diventata una sezione autonoma. Quanto lo choc sia già stato superato, però, lo dimostrano i 2000 abbonati e il seguito durante le trasferte. All’esordio a Piombino erano in 600. I piccoli palasport toscani non sono sempre riusciti ad accogliere la carovana biancoverde. Alcune trasferte sono state vietate ma l’ostacolo si è rivelato aggirabile. A Cecina sono andati comunque in cento: cacciucco al ristorante e cori per la squadra fuori dall’albergo. Poi hanno riacceso le auto e sono tornati a Siena.

(tifosi a Cecina)

“È la risposta naturale per chi segue la pallacanestro, Siena ha tifosi veri. Seguivano la Mens Sana tra le stelle e lo stanno facendo anche tra le stalle – racconta Roberto Chiacig, che ha contribuito alla vittoria del primo scudetto ed è tornato a vestire biancoverde in estate – È tutto come tanti anni fa. Si continua a parlare di Mens Sana e di pallacanestro quotidianamente”. Anche senza il Monte dei Paschi, che “era la chioccia di Siena in ogni campo e senza il quale si è ridimensionato un po’ tutto”. La benzina per ripartire ce l’ha messa la casa madre Polisportiva, un pezzo di storia senese con 2500 soci, “che ha la voglia, non dico di fare la voce grossa, ma di mettersi in gioco tra i big”. Sfruttando quel know-how tutto senese lasciato in eredità dagli anni di grandeur.

(tifosi a Piombino)

Il direttore sportivo Lorenzo Marruganti si è fatto le ossa nei primi anni di A e la scorsa estate è ritornato: “Abbiamo attrezzato tutto in quaranta giorni. I tifosi hanno risposto in maniera sproporzionata alla categoria – racconta – Non abbiamo più la disponibilità economica di una volta che ci ha consentito di raggiungere i successi ma possiamo puntare a un livello almeno discreto. E soprattutto abbiamo una serie di competenze, sviluppate in quel decennio, da sfruttare”. Domenica, in gara-3 del primo turno di playoff, servirà prima di tutto il pubblico. La Mens Sana ha vinto la stagione regolare e punta alla promozione. Contro Piombino è già una sfida da dentro o fuori. A un anno dai due fallimenti in una settimana, tra l’Artemio Franchi e il palasport di viale Sclavo, Siena spera di gioire anche senza babbo Monte.

(la prima Verbena in B)

Twitter: @mchicco e @andtundo

di Michele Chicco e Andrea Tundo