Dietro allo striscione ci stanno uno, dieci, cento volti. Cantano. Urlano. Insultano anche. Il potere di Roma, il presidente del Consiglio. Il Partito Democratico che, dicono, laggiù in fondo verso piazza San Babila fa muro per non farli passare. I Dem non vogliono i fischi in piazza del Duomo. Non vogliono la contestazione durante la celebrazione del 25 aprile. E allora gli studenti tornano a cantare. Età media: 16 anni forse. Volti puliti di una città che si prepara per l’Expo.

Meno sei alla grande inaugurazione. Meno quattro al primo appuntamento. Sul camion sta scritto a lettere cubitali: il 29 aprile appuntamento in piazza Tricolore contro le celebrazioni e i cortei neofascisti. In quella sera ricorreranno i quarant’anni dall’omicidio del giovane missino Sergio Ramelli. La Questura ha vietato i cortei, non i presidi. E loro, gli studenti ci saranno. Come anche il 30 mattina in piazza Cairoli per protestare contro l’Expo. E ci saranno anche il primo maggio alla May Day Parade “per rovinare la festa di Expo” “per far vedere che esiste un’altra città” “per riprendersela questa città”. Oggi, però, sono qua. Figli di questa Milano. Figli anche della borghesia. Figli di papà forse. Con il pugno alzato, birra e qualche spinello. Facce eterogenee. Ragazzi di colore che parlano uno splendido italiano. Terze generazioni. Ragazzi che ogni giorno sbarcano il loro personale lunario da studenti. O almeno ci provano. E poi musica. E in mezzo alle note, c’è chi ricorda la morte di Abba, il giovane milanese originario del Burkina Faso ucciso a manganellate per aver rubato un pacco di biscotti. Ucciso perché “negro”. Altri chiedono un applauso per Dax, uno dei leader del centro sociale l’Orso ammazzato a coltellate la notte tra il 16 e il 17 marzo 2003.

Gli studenti li ricordano qui ed ora, mentre poco più in là in piazza Duomo già sono iniziate le celebrazioni. Parole al microfono da condividere certo, ma che escono già vecchie perché ripetute. Chi non si ripete e canta, manco a dirlo, sono gli studenti. Quelli che durante i cortei vanno allo scontro con caschi e scudi di gomme. Quelli che le prendono. Quelli che non usano molotov o bastoni. Quelli che con l’antagonismo violento e criminale non c’entrano niente. Quelli che rendono i centri sociali (il Cantiere, il Lambretta, lo Zam) autentici luoghi resistenti. Quelli che chiedono diritti a viso aperto. Come oggi in porta Venezia. Per la scuola chiaro. Per i migranti scomparsi in mare, uccisi dagli scafisti e, dicono, dalla politica. “Siamo tutti clandestini”.

Vecchie canzoni e nuove rivendicazioni. L’impasto non è nuovo. A Milano lo si è vissuto durante la protesta universitaria degli anni Novanta. E ancora pochi mesi fa durante la lotta per la casa. Vecchio e nuovo. C’è chi storce il naso. Fuori tempo, dicono. E forse sarà così. Eppure l’energia che sprigionano oggi gli studenti di Milano vale mille litri di carburante. Vale a prescindere dalle posizioni. Vale, forse, un nuovo inizio. Oggi qui vincono loro. Il 25 aprile rinasce e si riempie di nuovi significati grazie a quei volti che cantano. E ricordano che dalla prossima settimana Milano non sarà più la stessa.