Come ogni anno il 25 aprile è segnato da tonnellate di sterili polemiche sul significato della Liberazione e di quello che comportò il fascismo. L’opinione pubblica italiana si crogiola così – perdendo tempo, energie e risorse – in un passato lontano invece che guardare al futuro prossimo.

Liberazione, fascisti, partigiani, comunisti. Come ogni 25 aprile, in Italia si rispolverano vecchi luoghi comuni, sbiadite bandiere e inutili polemiche. Mai come in un simili ricorrenze il nostro Paese manifesta la sua sintomatica tendenza a vivere di ricordi e restare ancorato ad un passato sempre più lontano e perciò ininfluente. Per carità, il valore storico di questa data, come di tante altre, è e deve essere conservato, ma solo se questo non va a detrimento del presente e del futuro.

Ecco che mentre ci azzanniamo sulle responsabilità di fascisti e comunisti oltre 70 anni fa, il mondo va avanti e cambia ad una velocità inaudita. E mentre i programmi scolastici dei nostri ragazzi si fermano spesso al secondo Dopoguerra, nulla si insegna su quanto è successo negli ultimi vent’anni. Il risultato è che l’italiano medio crede di essere ancora in un clima da Guerra Fredda, divide la politica tra rossi e neri (o verdi) e inneggia a personaggi morti oltre cinquant’anni fa e ideologie politiche del primo Novecento.

Ben poco si sa sulla storia dell’Unione europea – che oggi influisce sulle nostre vite ben più del fascismo e del comunismo – sull’ascesa di nuove potenze mondiali come Cina e India, della polveriera mediorientale e della nuova Russia di Putin e delle sue mire espansionistiche. Eppure si tratta di fenomeni recenti che ci toccano molto più da vicino che le Fosse Ardeatine e delle Foibe, vedasi la crisi economica mondiale, l’emergenza immigrazione, le guerra che circondano l’Europa e la minaccia del terrorismo.

Il 9 maggio è la cosiddetta festa dell’Europa. Il 9 maggio 1950 venne firmata la cosiddetta Dichiarazione Schuman, dal nome dell’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman, dichiarazione che pose fine alle rivalità storiche tra Francia e Germania, legate anche alla produzione di carbone ed acciaio, e gettò le basi per quella che oggi è l’Unione europea. Non è mia intenzione fare una “sfida tra date”, ma va detto che se simili ricorrenze ricevessero un briciolo delle inutili energie tutt’oggi sprecate per dibattere sul 25 aprile italiano, la società italiana sarebbe forse più in grado di decifrare il presente e a rispondere alle sfide del futuro.

Adesso qualche attempato trombone si sentirà toccato nel profondo e reagirà con veemenza. Ma non è mia intenzione sbiadire l’importanza del 25 aprile né di altre date – d’altronde se ci fosse più memoria storica forse l’Italia sarebbe un Paese migliore. Ma limitare i propri orizzonti ad un passato così lontano non fa altro che aggravare la sindrome tutta italiana di vivere e pensare “da vecchi”, con tutto il rispetto per la terza età.

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