Ci furono i Giusti, certo. Ma ci furono anche i carnefici. I carnefici italiani che, fino al 25 aprile del 1945, diedero il proprio contributo allo sterminio degli ebrei pianificato dalla Germania nazista. Dalle alte sfere del Regime fascista e repubblichino, con le sue milizie e bande più o meno inquadrate, a prefetti, questori e forze di polizia. Fino ai privati cittadini: i delatori che denunciavano le famiglie ebree nascoste – con anziani, donne, bambini – e i passatori del confine svizzero – gli scafisti di allora – che sulla carne umana destinata ad Auschwitz speculavano due volte. Incassando il compenso pattuito per l’attraversamento del confine della salvezza e subito dopo la taglia garantita a chi denunciava i fuggiaschi. “I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945″ è il titolo del libro di Simon Levis Sullam, storico dell’Università di Ca’ Foscari. Un lavoro di ricerca, pubblicato da Feltrinelli, che restituisce numeri, nomi, storie, documenti. Perché, scrive Sullam, su quelle vicende è sceso un “colpevole oblio“. I responsabili rimasero impuniti dal punto di vista processuale, il resto lo fece la retorica, coltivata nei decenni successivi, degli italiani buoni contrapposti ai tedeschi cattivi. Fino agli anni più recenti, dominati dalla tentazione di “equiparare” i “ragazzi di Salò” ai partigiani. Simon Levis Sullam racconta a ilfattoquotidiano.it i risultati della sue ricerca e il senso di riproporre quei fatti settant’anni dopo la Liberazione.

carnefici italiani cover-300Cominciamo dai numeri. Che dimensioni ebbe la persecuzione degli ebrei in Italia?
Oltre 8000 ebrei italiani furono deportati fra il 1943 e il 1945. Circa la metà furono arrestati da italiani, per poi essere consegnati ai tedeschi. La maggior parte di loro non uscì viva dai lager nazisti. Solo in seicento tornarono in Italia.

Chi furono i “carnefici italiani”? Chi operò materialmente gli arresti, avviando gli ebrei alla deportazione?
I documenti dimostrano un largo coinvolgimento delle forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. E dei corpi politico-miltari del fascismo: la Guardia nazionale repubblicana, la milizia, le bande (nel libro sono citate in particolare le famigerate bande Koch, Muti, Carità, ndr). Ma ci furono anche molti civili che denunciarono i vicini di casa. Poi i responsabili della burocrazia che faceva funzionare la macchina, Comuni compresi. Non tutti ebbero le stesse responsabilità, ma tutti erano consapevoli di partecipare a progetto persecutorio e senza il loro contributo quel progetto non sarebbe stato possibile. La burocratizzazione dello sterminio è un concetto da applicare non soltanto alla Germania, ma anche all’Italia.

Mussolini e i vertici del Regime sapevano della Shoah in corso. Agli arresti parteciparono le milizie della Rsi, le bande fasciste, le forze di polizia

Che responsabilità possono essere attribuite direttamente, secondo lei, a Benito Mussolini?
Gli storici hanno dimostrato che ci fu una scelta personale di Mussolini, già nel 1938, di introdurre il razzismo come fondamento dello Stato fascista. E ancora, nel 1943-45 ogni decisione passava da lui. Già prima che nascesse la Repubblica sociale italiana, Mussolini era informato che si stava compiendo la Shoa. A Salò sapevano quale sarebbe stato il destino degli ebrei che venivano arrestati e deportati. I ministri come Guido Buffarini Guidi (sottosegretario all’Interno nel governo fascista e ministro nella Repubblica sociale, ndr) erano informati, e anche alcuni ideologi. In particolare Giovanni Preziosi, che era stato in Germania e parlava chiaramente, anche per l’Italia, di “soluzione alla tedesca” della questione ebraica. Più difficile dire quale fosse la consapevolezza ai livelli piu bassi. Ma lo sfruttamento del lavoro coatto era previsto ufficialmente dal Regime, quindi tutti potevano immaginare a quali condizioni di vita andassero incontro gli ebrei denunciati e arrestati. E comunque che fosse un’azione persecutoria era ben chiaro a tutti. Anche solo la concentrazione di migliaia di famiglie nei campi italiani, primo fra tutti Fossoli, poteva portare alla loro decimazione.

Il suo libro è ricco di nomi e casi. Chi furono secondo lei i maggiori responsabili della “via italiana” allo sterminio?
Giovanni Preziosi fu l’ideologo piu radicale. Fin dagli anni Venti propugnava l’antisemitismo. Fu lui a far tradurre in italiano i “Protocolli dei Savi di Sion”. Poi tornò in voga con la Repubblica sociale, guidò l’ispettorato generale per la razza, elaborò nuove proposte più aspre e radicali. Cito poi figure meno note come Giovanni Martelloni, capo dell’ufficio affari ebraici di Firenze, che si occupò sia di arrestare ebrei e di sequestarare i loro beni sia di scrivere articoli e pamphlet antisemiti.

Il funzionario della Questura di Roma mette a verbale la ‘cattura della bambina Calò Emma, di anni sei’. Morta due mesi dopo ad Auschwitz

Sul versante delle vittime, qual è la storia che l’ha colpita di più?
Quella della famiglia Calò, arrestata a Roma il 15 marzo 1944. Gli uomini della questura arrivarono nello stabile dove si era nascosta Enrica Calò con i suoi quattro figli. I portinai cercarono di proteggere almeno “la bambina Calò Emma di anni 6″, si legge nei documenti dell’epoca, ma un funzionario di polizia si diede da fare per “catturarla”, nonostante gli agenti si fossero dimostrati disposti a salvare almeno lei. La bambina morirà ad Auschwitz due mesi dopo. Stessa sorte per gli altri membri della famiglia. Nel Dopoguerra il funzionario fu prosciolto e riuscì a farsi riconoscere meriti “antifascisti”.

Nel libro affronta anche il tema del sequestro dei beni. Ci fu una molla economica nella complicità italiana allo sterminio?
Fu un passaggio fondamentale. Caratterizzò già la fase del 1938. Le leggi razziali ridussero le attività economiche di professionisti e docenti, per esempio. Poi dal ’43 si passò al sequestro dei beni, e questo ci dice qualcosa sulla consapevolezza che il destino degli ebrei arrestati fosse segnato. E’ una caratteristica di tutti i genocidi, la dimensione particolarmente meschina della ricerca del guadagno. Una parte dei persecutori era motivata da ambizioni di arricchimento, rappresentato da beni e taglie. La Repubblica sociale normò i sequestri, ma è dimostrato che parti consistenti furono incamerate da autorità locali. Il poliziotto che si intascava i gioielli, il Federale che si insediava nell’appartamento, il prefetto che si prendeva mobilio, lenzuola, in un caso persino un pianoforte. Le persone che sono tornate hanno avuto restituito solo quello che era possibile, in prevalenza gli immobili. Chi non è tornato ha lasciato tutto ai suoi persecutori.

Poi ci furono i delatori che denunciavano gli ebrei nascosti per avere vantaggi economici o vendette personali. Pienamente consapevoli di partecipare a una persecuzione

In più ci furono i delatori, che non avevano neppure la “giustificazione”, se così si può chiamare, degli “ordini da eseguire”.
Dietro ogni arresto c’era una denuncia. Il tardo autunno ’43 e le fasi successive furono segnate da denunce di famiglie che si nascondevano. Alla base c’erano incentivi economici, regolamenti di conti personali, vendette, possibilità di accaparrare beni. Gli imprenditori che denunciavano i loro soci in affari incameravano tutta l’azienda. Ci furono studenti che denunciarono i loro professori. Il fenomeno, secondo me, riguardò migliaia di italiani comuni, che tradirono loro concittadini ebrei.

Nel Dopoguerra questi crimini restarono quasi del tutto impuniti. Perché?
Alla base ci fu l’amnistia-colpo di spugna di Togliatti del 1946, ma il reato di persecuzione antibraica non esisteva. In alcuni casi fu considerato come aggravante. Molti adottarono come linea difensiva il fatto che allora quelle azioni erano previste dalla legge. Allo stesso tempo, però, a Norimberga si elaborava il concetto di crimine contro l’umanità. Noi non lo recepimmo e le responsabilità, senza un riconoscimento giudiziario, rimasero nascoste. Inoltre la magistratura si era formata durante il fascismo ed era corresponsabile. Il presidente del Tribunale della razza Gaetano Azzariti divenne negli anni Cinquanta presidente della Corte costituzionale. So di un recente appello per rimuovere il suo busto dalla sede della Corte.

Impunità giudiziaria a parte, lei parla di “colpevole oblio”. E addirittura di una sorta di corsa a riconoscere i “Giusti” che si prodigarono per salvare gli ebrei, dimenticandosi dei carnefici. 
Nell’immediato Dopoguerra si comincia a costruire mito del bravo italiano contrapposto ai cattivi tedeschi. Si voleva far dimenticare che l’Italia era entrata in guerra insieme ai nazisti per realizzare il nuovo Ordine mondiale. E che l’Italia aveva inventato il fascismo in Europa e lo aveva insegnato ai tedeschi. L’oblio che ha colpito la complicità nella Shoah è simile a quello che ha riguardato il colonialismo, l’attività militare nei Balcani, la repressione della resistenza in Jugoslavia e i nostri campi in quel Paese. In parte è comprensibile, a volte l’oblio è necessario. Ma oggi si è diffusa un’immagine benevola del fascismo, e le sue colpe non sono riconosciute, non solo riguardo alla Shoah.

Il ‘colpevole oblio’. Grazie all’amnistia di Togliatti quelle responsabilità restarono impunite. Il resto lo fece la retorica degli ‘italiani buoni’ contrapposti ai ‘tedeschi cattivi’

Anzi, negli ultimi anni si è fatta strada una tendenza alla “equiparazione” dei partigiani e dei repubblichini.
La politica e l’opinione pubblica devono fare i conti con il fascismo. E’ vero, si è teso a mettere sullo stesso piano, senza considerare che cosa sarebbe successo se avessero prevalso Mussolini e Hitler, e che nel Ventennio gli antifascisti furono pochissimi. Ecco allora il senso del 25 aprile: dobbiamo riconoscere in quella scelta minoritaria il recupero di valori universali di giustizia, uguaglianza, democrazia poi messi a fondamento della Costituzione. E’ dal 25 aprile che ci viene il Dna democratico che dovrebbe spingerci a interrogarci sulle questioni di oggi, per esempio sull’immigrazione, sul rapporto con “l’altro”.