L’Europa vuole escludere le tecnologie cinesi. “All’Italia costerebbe decine di miliardi. Ma Pechino può ‘spegnere’ i servizi digitali”
All’Europa neutralizzare la minaccia cinese potrebbe costare parecchi miliardi, proprio ora che il prezzo dell’energia e del silicio è alle stelle. Altrimenti, il rischio minore è lo spionaggio. L’Europa paventa anche il sabotaggio delle infrastrutture critiche: dunque elettricità, bancomat e pagamenti elettronici, ospedali, acqua. Con la proposta di revisione del cybersecurity act, la Commissione di Ursula von der Leyen ha ordinato di “ridurre” i pericoli dai Paesi terzi “ad alto rischio”, quelli che “pongono problemi per la cybersicurezza”. Ovvero: escludere dispositivi e componenti cinesi dai servizi essenziali per la collettività, o almeno lasciarli fuori il più possibile.
Colajanni: “Con Pechino si rischierebbe il sabotaggio del kill switch, l’interruzione dei servizi digitali”
Il documento non cita il Dragone, sebbene sia il convitato di pietra. Da anni Bruxelles discute del ban contro Huawei e Zte, i due colossi tecnologici di Pechino, senza venirne a capo. Il motivo? la Cina è leader nella tecnologia del 5g e non solo. Secondo molti esperti, offre il miglior rapporto qualità prezzo. Dunque ha conquistato una grossa fetta del mercato hi-tech europeo, dominato dagli Usa, con le aziende del Vecchio continente a spartirsi le briciole. E ora tornare indietro sarebbe un salasso per tutti, imprese private e casse pubbliche. Quanto spenderebbe la pubblica amministrazione per sostituire tecnologie e componenti cinesi? “Temo decine di miliardi”, dice Michele Colajanni, docente dell’università di Bologna, interpellato da ilfattoquotidiano.it. La stima è confermata da William Nonnis, analista tecnico di palazzo Chigi: “Dispositivi cinesi sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni locali, come Comuni e Regioni, soprattutto per i sistemi di videosorveglianza”, aggiunge l’esperto. Secondo Colajanni, “dopo aver rimosso router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center, bisognerà rifare tutti gli appalti”. Un bagno di sangue, dal punto di vista economico. Una scelta ragionevole, osservata con la lente geopolitica. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’arresto di Maduro in Venezuela, l’attacco all’Iran, e le tensioni a Taiwan, chi può escludere conflitti con la Cina presto o tardi? Ecco perché l’obiettivo dell’Europa, con la revisione del cybersecurity act, è “la prevenzione e mitigazione del rischio delle interruzioni (disruptions, ndr) delle infrastrutture critiche dell’Unione”. Cosa si intende? “Il cosiddetto kill switch – dice Colajanni – se entri in guerra ibrida con la Cina, potrebbero spegnere i server e le telecomunicazioni”. Ma anche l’America di Trump spaventa l’Europa (e l’Italia) per il kill switch, soprattutto nel settore del cloud, la “nuvola” digitale con le informazioni sulla sicurezza nazionale.
Tecnologie made in Usa al posto di Pechino: ma neppure Trump garantisce sicurezza
Già nel 2019, Trump aveva firmato l’esclusione dal mercato americano di Huawei e Zte. Nel 2022 la decisione è stata confermata da Biden: per le aziende di Pechino, doppio divieto di importare e vendere negli States. Ma i prodotti cinesi sono sostituibili grazie a Big Tech, negli Usa. L’Europa invece è priva di un’industria tecnologica competitiva: o compra dall’America o dalla Cina. Dunque Trump brinda alla scelta del Vecchio continente di accodarsi allo zio Sam punendo Pechino. Che ora minaccia ritorsioni. Il 17 aprile sono giunte alla Commissione Ue i commenti ufficiali del Ministero del commercio cinese (Mofcom): la proposta “causerebbe danni sostanziali alle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Ue, interromperebbe gravemente le catene industriali e di approvvigionamento globali e graverebbe sulla transizione digitale e verde dell’Ue stessa”. Dunque se l’Europa non compra dal Dragone, il Dragone è pronto ad ostacolare il Vecchio Continente anche sulle energie rinnovabili. Il ministero di Pechino offre anche l’alibi ai governi europei che vogliono tenersi strette le sue tecnologie low cost ed efficienti: la proposta di Bruxelles infatti “potrebbe eccedere il mandato legale dell’Ue erodendo la competenza esclusiva degli Stati membri nella gestione delle questioni di sicurezza nazionale”. L’Europa non cita la Cina: secondo la proposta di revisione del cybersecurity act, sarebbero i 27 governi del vecchio Continente a dover scrivere la lista dei fornitori “ad alto rischio” per la sicurezza informatica. Sull’Italia penderebbero ritorsioni? “Di sicuro, sulla carta non abbiamo forza politica per escludere nessun Paese, esportiamo beni di consumo e importiamo energia, siamo tra i più vulnerabili alle ‘rappresaglie’ dall’estero”, avvisa Michele Colajanni. I tempi non sono brevi. Dopo la proposta della Commissione, si attende la posizione del Parlamento e del Consiglio Ue, prima di avviare il trilogo. Ci vorranno mesi.
I provider italiani: “Dopo 300 milioni di investimenti, 1 miliardo per sostituire dispositivi cinesi”. E anche il costo del silicio esplode
Le aziende, intanto, sono in subbuglio per il timore di una nuova stangata. La proposta della Commissione Ue è del 20 gennaio scorso. Ma dopo i rialzi dei prezzi energetici per la guerra in Iran, a molti appare insostenibile. Inclusa l’associazione italiana delle imprese che forniscono connessione in rete (Aiip, Associazione italiana internet provider). La sigla ha condotto un’indagine interna pubblicando i numeri in un comunicato dai toni duri: 300 milioni spesi negli ultimi 5 anni per le tecnologie cinesi, “il miglior compromesso tra costo, prestazioni, consumi energetici”. E ora quanto costerebbe rinunciarvi? “1 miliardo di euro in tre anni”. Ma ad essere più colpite sarebbero le telecomunicazioni. Per ora i colossi italiani tacciono. Con Wired Italia si è sbottonato Alessandro Gropelli, direttore generale di Connect Europe, l’associazione dei principali operatori europei: “Il settore telco è notoriamente sotto pressione finanziaria. Il Cybersecurity Act, così come proposto dalla Commissione europea, rischia di acutizzare la situazione, invece di risolverla e di portare avanti l’agenda della sovranità tecnologica”. Secondo Aiip, il salasso sarebbe “un suicidio industriale”, senza neppure garantire lo scudo dagli attacchi informatici, perché “il vero rischio per la sicurezza nazionale sono i giganti del web e del cloud”. La minaccia non arriverebbe dalla Cina, bensì gli Stati Uniti.
Come non bastasse, sulle aziende informatiche si è abbattuta un’altra tegola: l’impennata del costo del silicio, la materia prima per fabbricare il chip dei processori. Pierguido Iezzi, direttore cybersecurity di Maticmind, ha annotato i rialzi dei costi in un articolo su Formiche.net: “Samsung ha aumentato il prezzo delle memorie RAM DDR5 da 32 GB fino a 239 dollari dai 149 di settembre 2025, con rialzi fino al 60%. Nel primo trimestre 2026 sono previsti aumenti dei prezzi contrattuali DRAM nell’ordine del 55-60% e nel secondo un ulteriore 58-63%”. Mentre l’Europa chiede di rafforzare le difese digitali, il costo rischia di diventare insostenibile. Con l’effetto di lasciare brecce nei bastioni digitali: “Si allunga la vita dell’hardware oltre la soglia di prudenza, mantenendo sistemi meno performanti, meno supportati e meno difendibili. La difesa si assottiglia mentre la pressione aumenta”. Senza tecnologie cinesi a costo accessibile, con il silicio in rialzo, è giunta l’ora ora dell’austerità anche per l’industria della cybersecurity.