Poste Italiane si appresta a chiudere 455 sportelli, e “razionalizzarne” altri 609. A ufficializzarlo è stato l’amministratore delegato, Francesco Caio, in audizione alla commissione Lavori pubblici del Senato per presentare il programma di riordino delle sedi previsto dal nuovo piano industriale. Il manager ha anche ammesso che senza interventi c’è il rischio di “mandare in perdita tutto il gruppo”. Pessimo viatico in vista della quotazione in Borsa del gruppo pubblico, che secondo lo stesso Caio dovrebbe andare in porto entro fine anno. Per ora, quello che è certo è che i risultati della semestrale 2014 ”confermano il trend di riduzione dei margini” di Poste.

E andando avanti così nel 2019 la società registrerà un margine operativo netto (ebit) negativo per 1,5 miliardi di euro nel segmento postale e commerciale. A pesare, ha detto Caio, sarà anche “l’apertura del mercato della consegna delle multe e degli altri atti giudiziari” disposta dal ddl Concorrenza, che ha tolto al gruppo il monopolio su quei recapiti. Questo “avrà un impatto negativo sulla redditività”, ha lamentato il manager. Che ha definito “penalizzanti” per il gruppo le “dinamiche concorrenziali” del settore.

Di qui la necessità di “uno sforzo importante per invertire la rotta”. Sforzo che si concretizzerà, di fatto, in una serie di tagli. Nel documento presentato in audizione si parla di “1.064 interventi”, di cui appunto 455 chiusure e 609 “razionalizzazioni”, che porteranno il numero degli sportelli a circa 13mila. Secondo l’ad nominato dal premier Matteo Renzi la scorsa primavera, non ci saranno ripercussioni rilevanti sul servizio, in quanto i pensionati che utilizzano le sedi in via di chiusura sono in totale “3.800, quindi meno di 10 per ufficio”. Dunque, ha sostenuto Caio, “chiusure e razionalizzazioni preservano la capillarità della rete e si attestano su parametri nazionali più restrittivi rispetto ai requisiti di legge”. A valle dell’attuazione del piano, il 92,49% della popolazione avrà infatti uno sportello entro 3 chilometri, a fronte di un vincolo legale del 75%, e il 97,79% lo avrà entro 5 chilometri, contro il 95% fissato dalla legge, e il 98,65% entro 6 chilometri (in questo caso il requisito è del 97,5%). Secondo la società, inoltre, il 90% dei Comuni coinvolti nel piano di chiusura ha già oggi il “postino telematico”, che permette di svolgere a domicilio alcune funzioni dello sportello, e solo l’8% dei pagamenti delle pensioni viene effettuato, in quelle zone, negli uffici postali.

Le chiusure si concentreranno in Toscana e Umbria (80 quelle previste), seguite da Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (75 in totale), mentre in Lombardia saranno chiusi 65 uffici, tra Piemonte, Liguria e Val d’Aosta altri 62 e 59 tra Emilia Romagna e Marche. Seguono Campania e Calabria, che avranno 43 sportelli in meno, e Lazio, Abruzzo e Sardegna, con 35 sedi in meno.

Solo martedì Piero Fassino e Massimo Castelli, rispettivamente presidente e coordinatore dei piccoli Comuni dell’Anci, hanno scritto a Caio chiedendo un nuovo incontro sul piano di razionalizzazione “al fine di evitare ove possibile una ulteriore riduzione del servizio postale rispetto a quanto già avvenuto negli anni passati”. Nella lettera, recapitata anche al ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi, gli esponenti dell’associazione confermano l’interesse “verso l’annunciato sviluppo dei servizi tecnologici individuati da Poste italiane, che permetterebbe ai cittadini di effettuare direttamente dalla propria abitazione una serie di operazioni che attualmente sono possibili agli sportelli postali. Ma anche su questo aspetto occorre fare chiarezza sui tempi effettivi di copertura delle aree in cui comunque si prevede di ‘razionalizzare’ gli uffici postali già tra poco più di un mese”. “Senza queste premesse – conclude la lettera – in questo particolare momento di difficoltà socio economica, togliere ulteriori servizi ‘dello Stato’ in quanto comunque di interesse pubblico in territori già disagiati sarebbe controproducente per l’intero sistema”.