Assumono sempre più i contorni di una telenovela le vicende del falso in bilancio e del ddl anticorruzione firmato in origine da Piero Grasso. Dopo mesi di fibrillazioni in maggioranza e pressioni dal mondo industriale, di fughe in avanti e marce indietro, il governo svela finalmente le carte sul falso in bilancio. Che però non è ancora stato reso pubblioco e al monento risulta depositato al ministero per i rapporti con il Parlamento retto da Maria Elena Boschi. Nel contempo, l’iter del ddl anticorruzione, in cui il falso in bilancio è inserito, si dilatano a dsismisura. Anche oggi in Commissione giustizia del Senato la discussione è andata a rilento: in due ore e mezza di seduta sono stati esaminati solamente due emendamenti, uno bocciato e l’altro accantonato. E dunque l’agognato approdo approdo in aula rischia di “slittare” ancora, principalmente per l’ostruzionismo di Forza Italia.

Il testo governativo sul falso in bilancio, a quanto si apprende, non prevede più soglie di non punibilità né in percentuale né rispetto al volume d’affari, mantenendo una distinzione solo tra società quotate e non quotate e abbassando la pena per queste ultime da un minimo di uno ad un massimo di cinque anni di detenzione (attualmente sono du e sei anni). Resta invece 3-8 anni la pena per le non quotate e la perseguibilità del reato d’ufficio.

Da un lato, dunque, vengono disinnescate le soglie di non punibilità introdotte dalla celebre legge ad personam berlusconiana nel 2003, tutt’oggi in vigore, sui cui si era incentrato lo scontro, ma dall’altro la riduzione della pena esclude il reato dalla possibilità di intercettazioni telefoniche, che la legge prevede solo per reati con pena massima superiore ai 5 anni.

All’impianto del testo, però, mancherebbero ancora i pareri di alcuni ministeri. Il testo sul falso in bilancio è stato oggetto in queste settimane di un confronto con il ministero dell’Economia e con quello dello Sviluppo economico per il nodo delle tutele da garantire alle società più piccole e più esposte ad errori. Resta inoltre da chiarire se a questo punto l’emendamento del governo approderà direttamente in Aula o passerà prima in commissione Giustizia al Senato dove è in corso l’esame del ddl anticorruzione. Nei giorni scorsi l’intenzione del governo di presentarlo direttamente in Aula aveva prodotto frizioni in particolare con Forza Italia. “Appena arriverà”, ovunque “si trovi il provvedimento, l’emendamento” verrà presentato, ha spiegato il viceministro alla Giustizia Enrico Costa .

In Commissione, intanto, il relatore al ddl anticorruzione Nico D’Ascola (Ap) ha presentato due emendamenti che inaspriscono le pene per la corruzione in atti giudiziari e per l’induzione indebita a dare o promettere utilità (una delle due fattispecie del vecchio reato di concussione). Per il primo reato le pene nella fattispecie non aggravata che oggi sono da quattro a dieci anni salgono a 6-12 anni; mentre per la fattispecie aggravata le sanzioni che attualmente sono da cinque a dodici anni se dal fatto deriva un’ingiusta condanna per qualcuno alla reclusione non oltre i 5 anni, la pena passa a 6-14 anni; le pene che oggi sono da sei a 20 anni se dal fatto deriva un’ingiusta condanna di qualcun altro a una pena superiore ai 5 anni o l’ergastolo, si passa a 8-20 anni. Per l’induzione indebita l’attuale pena di 4-10 anni sale a 6-10 anni e sei mesi.

Resta appunto di capire quando il provvedimento, depositato ben due anni fa del neosenatore Piero Grasso, lascerà le secche della Commissione per approdare in aula. Il termine per i subemendamenti, da quanto emerge dai lavori parlamentari, è fissato per giovedì alle 14, quando l’arrivo in Aula del testo era calendarizzato tra mercoledì 4 e giovedì 5 marzo.