Ha raccontato ai magistrati del piano di morte già pronto per eliminare il pm Nino Di Matteo. Ha fatto elevare ai massimi livelli l’allerta al palazzo di giustizia di Palermo, scatenando una caccia al tritolo in tutta la città. E dopo mesi trascorsi a riempire pagine di verbali, adesso il pentito Vito Galatolo ha fatto il suo esordio deponendo durante un dibattimento. Tre ore di deposizione davanti alla corte d’assise di Caltanissetta che sta celebrando il processo Borsellino Quater, l’ennesimo procedimento che cerca di fare luce sulla strage di via d’Amelio, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Nel 1992, anno della strage Borsellino, Galatolo era poco più che ventenne e gestiva un parcheggio abusivo nei pressi di via d’Amelio. “A fine maggio o nella prima settimana di giugno del 1992, Vittorio Tutino mi disse che un amico nostro mi doveva parlare. Andammo a Brancaccio e lì appresi che si trattava di Filippo Graviano. Quando mi vide mi chiese subito di mio padre e mi disse di riferirgli che c’era da stare tranquillo, che eravamo coperti. Graviano, durante quell’incontro, mi disse anche di lasciare il parcheggio che gestivo nei pressi di via d’Amelio”. In precedenza Galatolo aveva fissato l’incontro con Graviano nel febbraio-marzo del 1992: la preparazione della strage di via d’Amelio sarebbe quindi cominciata addirittura prima dell’attentato contro Giovanni Falcone. In aula però Galatolo ha aggiustato il tiro, spostando in avanti quella data. Dopo la strage di via d’Amelio, Tutino incontrò nuovamente Galatolo. “Mi disse: visto cosa è successo? Te l’avevo detto di lasciare il posteggio. Immagini se fosse capitato qualcosa a qualcuno di voi?”.

Dopo l’assassinio di Paolo Borsellino, però, Vincenzo Galatolo, padre del pentito e boss storico dell’Acquasanta, era furioso. “Tra agosto e settembre 1992, mi recai all’Asinara, dove si trovava mio padre. Lui era contrario a fare questa situazione e non sapeva niente. Mi disse: ‘A chi ci dobbiamo ringraziare per questo regalo?’. Graviano però era sicuro: ‘Siamo coperti al mille per mille’, diceva”. Per l’ex picciotto del’Acquasanta, poi, c’era un legame tra la famiglia mafiosa dei Madonia e Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, coordinatore delle prime indagini sulla strage Borsellino, quelle depistate dalle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. “La Barbera – ha raccontato Galatolo – era a libro paga dei Madonia, me lo disse mio zio Giuseppe Galatolo. Mi ricordo che dopo strage di via d’Amelio c’era il dottor Arnaldo La Barbera che si muoveva nella nostra zona. Mio zio ci diceva anche che Gaetano Scotto, dell’Arenella, aveva contatti con i servizi, ma non so se abbiano partecipato o meno alle stragi”.

Alla fine della sua prima deposizione, Galatolo ha spiegato i motivi che lo avrebbero convinto a “saltare il fosso” e collaborare con la magistratura. “Non volevo far succedere una catastrofe. Quando seppi che Vincenzo Graziano era stato scarcerato, sapendo che era in possesso dell’esplosivo che avevamo comprato per l’attentato a Di Matteo, io decisi di pentirmi e chiesi di parlare con lo stesso Di Matteo” ha spiegato l’ex picciotto dell’Acquasanta. Secondo il racconto di Galatolo, fu Matteo Messina Denaro a scrivere ai padrini del gotha mafioso palermitano: era il dicembre del 2012 e il boss di Castelvetrano chiedeva di preparare un attentato ai danni del pm palermitano. A custodire parte dei 200 chili di tritolo acquistati per far saltare in aria il magistrato, era proprio Graziano, arrestato nel dicembre scorso, dopo le dichiarazioni di Galatolo. Del tritolo però neanche l’ombra. Secondo il collaboratore di giustizia, finché l’esplosivo rimane in circolazione, continua a rimanere in fase operativa anche l’attentato ai danni del pm che indaga sulla Trattativa Stato mafia.

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