È una fredda mattina di gennaio quando una macchina si ferma davanti a una segheria nel quartiere di Shbib ad Arsal. Gli uomini che scendono chiedono di Hussein Chaker. Il ragazzo si fa avanti, gli uomini lo picchiano, gli coprono la testa con un sacco e con la forza lo costringono a salire in auto. Poco dopo Hussein si trova faccia a faccia con un anziano sceicco che per prima cosa gli chiede quante volte avesse già pregato durante la giornata. Il giorno prima il ragazzo, durante una discussione accesa con un coetaneo siriano, aveva perso la calma è pronunciato il nome di Dio invano, e ora doveva essere processato per blasfemia. Il giovane siriano lo aveva denunciato al tribunale religioso dell’Isis.
Il processo si è svolto il 30 gennaio in un tribunale a soli quattro chilometri dall’ultimo check-point dell’esercito libanese a Wadi Hmayyed. In aula Chaker è stato obbligato a rivolgersi allo sceicco – giudice in arabo formale – il dibattito è durato sei minuti, mentre un segretario trascriveva ogni parola.

La presenza di un sistema giudiziario rudimentale gestito da Isis alla periferia di Arsal, città libanese al confine con la Siria, è stata confermata anche dalle testimonianze di alcuni minatori della regione che hanno partecipato come testimoni a diversi processi. Da agosto scorso i miliziani nella regione del Qalamoun hanno mantenuto un basso profilo militare, ma l’istituzione di una corte è il segnale che il gruppo sta cercando di consolidare il suo potere offrendo alla popolazione di Arsal l’unica cosa di cui ha bisogno: ordine. Secondo i minatori, oltre alla corte Isis ha istituito posti di blocco mobili, dove a volte sequestrano alimenti e telefoni cellulari. Agli uomini è imposto di lasciar crescere la barba e il divieto di fumare una volta superato il posto di blocco dell’esercito libanese.

Chaker è stato rilasciato il giorno dopo la sua cattura. Lo sceicco ha ascoltato il suo racconto e quello dell’adolescente siriano, poi gli ha chiesto se sapeva come pregare. “Ho detto che non lo facevo di frequente, lui ha detto che mi avrebbe insegnato prima di lasciarmi andare – racconta al telefono a IlFattoQuotidiano.it – al mattino mi hanno portato pane, yogurt e formaggio, poi un miliziano mi ha mostrato come un buon musulmano deve pregare”. “Questa è la procedura tipica di Isis quando in una zona inizia a costruire la sua influenza”, spiega Hasan Hasan, analista presso l’Istituto Delma – cercano di stabilire un sistema giudiziario e attraverso le denunce ricevute creano collegamenti con la comunità”.

In un rapporto del luglio scorso, l’Istituto per lo Studio della Guerra ha evidenziato che l’istituzione di tribunali religiosi, che usano un’interpretazione rigida della Shariah (legge islamica), nelle aree non completamente sotto il loro controllo è un elemento fondamentale della strategia di radicamento e di governo dell’Isis. Secondo Hasan, il gruppo militante inizialmente apre il tribunale in una piccola casa e si occupa dei problemi quotidiani della gente. In Siria e Iraq, grazie all’anarchia causata dalla guerra, Isis è riuscita a mantenere una parvenza di legge e ordine nelle zone sotto il suo controllo. “Questa è stata la loro strategia per entrare nei cuori e nelle menti”, dice Hasan.

La maggior parte dei 35.000 abitanti di Arsal lavora alla periferia della città, nelle cave di pietra, nelle segherie e nelle fabbriche. Alcuni ritengono che le industrie di Arsal potrebbero trarre vantaggio dalla parvenza di ordine promesso da Isis, in una zona a lungo trascurata dal governo e dove la microcriminalità è diffusa. Quarry Bilal Hujeiri, un operaio che è stato giudicato dal tribunale religioso, è di questa idea. “Da quando sono arrivati i profughi c’è molto caos, ma ora le cose sono più tranquille perché tutti temono lo Stato islamico”.

Hujeiri era stato accusato, da un collega, di collaborare con l’esercito libanese. Pochi giorni dopo due bulldozer di Hujeiri erano stati rubati da persone convinte che fosse un nemico dell’Isis. Il tribunale, dopo un’indagine, ha recuperato i suoi mezzi, lo ha dichiarato innocente e gli ha riconsegnato i bulldozer: “Chiunque avrebbe fatto come me per riavere la propria roba. Perché, dopo il check-point dell’esercito a Wadi Hmayyed, i miliziani sono l’unica autorità”.

Fino a oggi si ha notizia di una sola condanna a morte emessa dal tribunale islamico di Arsal: Kayed Ghadadah, un operaio ritenuto colpevole di collaborare con Hezbollah, giustiziato il 3 settembre. Suo cugino Khaled ha raccontato a un giornale libanese che era con lui quando tre uomini lo prelevarono da casa. Dieci giorni dopo il suo corpo è stato trovato abbandonato alla periferia di Arsal.

“La gente come me è spaventata da quanto è possibile per i miliziani amministrare la giustizia – ha detto Rabia Gandour, un insegnante – la maggior parte delle persone sono terrorizzate da Isis e si chiedono come possono essere così brutale. Ma ho anche colleghi che sono contenti della loro presenza, e credono che i tribunali dell’Isis stanno punendo i colpevoli“. Per Gandour e molti altri abitanti di Arsal l’unica soluzione sarebbe una presenza massiccia dell’esercito in città. Una fonte dell’esercito ha ammesso che lo Stato Islamico ha aperto tribunali nel Wadi Hmayyed, aggiungendo che le truppe non hanno mantenuto una posizione fissa all’interno della città perché non sarebbe militarmente utile e che questo compito è più adatto alle forze di sicurezza interna, che opera ovest di Arsal.

La situazione in Libano, però, è molto diversa da quella in Siria e in Iraq. “Se si dispone di un governo funzionante – afferma Hasan – sarà difficile per Isis conquistare la fiducia della popolazione locale. Finché il governo rimane efficace e l’esercito può respingere ogni attacco”.