La vicenda è ormai nota, come note sono le decine di critiche che hanno travolto l’ideazione, realizzazione e gestione di Verybello.it che avrebbe dovuto essere – ma difficilmente sarà – un’iniziativa di promozione culturale e turistica del nostro Paese agli occhi dei milioni di stranieri che si preparano a visitarlo durante l’Expo 2015.

Apprezzabile – va detto senza retorica – la scelta del ministro dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini di rispondere pubblicamente ad alcune domande sull’iniziativa postegli da questo blog e, egualmente apprezzabile – ancorché certamente dovuto – lo sforzo della società che ha ideato e realizzato il sito di non perdere tempo nell’iniziare a correggere alcuni dei più macroscopici errori di progettazione e realizzazione della piattaforma, facendo, ad esempio, riapparire la Calabria e la Sicilia dall’immagine del nostro Paese che campeggia sulla home page del sito o segnalando che la versione in inglese – anche se non più quelle nelle numerose altre lingue straniere originariamente annunciate – arriverà presto.

Meno apprezzabile però e, anzi, inaccettabile la circostanza che per rispondere ai dubbi sollevati circa la legittimità della pubblicazione delle migliaia di immagini che costituiscono e reggono la struttura grafica del sito senza alcuna indicazione relativa ai fotografi che le hanno realizzate, alle fonti dalle quali sono tratte e alla licenza in forza della quale sono utilizzate, Lola et labora – la società che avrebbe vinto la minigara per la realizzazione del sito – e con essa il Mibact abbiano deciso di farsi uno “sconto” sull’applicazione della legge sul diritto d’autore, inventando di sana pianta, in modo davvero creativo, una regola che non esiste ovvero che le immagini utilizzate sarebbero da considerarsi – si legge testualmente nelle condizioni generali ora pubblicate in calce al sito – di “pubblico dominio salvo diversa indicazione espressa e provengono in gran parte da Internet o comunque da fonte liberamente accessibile”.

Verybello-scorza

Parole e principi che lascerebbero interdetto persino uno studente del primo anno di giurisprudenza e che lascerebbero basiti anche se lette su un sito dichiaratamente pirata, creato e gestito da una banda di ragazzini alle prime armi con il web e con il diritto.

E’ incredibile ed inaccettabile leggerle nei termini d’uso di un sito di “proprietà – come ora si legge nelle stesse Condizioni – del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo… che lo gestisce riservandosi, con piena discrezionalità nei limiti di legge, il diritto di modificare, sospendere o annullare, liberamente e senza preavviso, termini, condizioni o contenuti del presente sito”.

Il Ministero dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo, custode ultimo della legge sul diritto d’autore, soggetto presso il quale è istituto il Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore e autorità vigilante sulla Siae – la società italiana autori ed editori – non può permettersi il lusso di scrivere o lasciare che si scrivano su un proprio sito Internet simili castronerie giuridiche a proposito della legge sul diritto d’autore ma, soprattutto, non può agire peggio del peggior pirata, cannibalizzando migliaia di foto raccolte sul web e riutilizzandole a proprio uso e consumo – poco conta se per un nobile fine – senza chiedere neppure permesso agli autori e senza preoccuparsi almeno di indicarne il nome.

E lascia basiti la circostanza che una cosa del genere stia accadendo nell’ambito di un progetto che – a torto o a ragione – è finito nell’occhio del ciclone, è da giorni sotto i riflettori e, soprattutto, dopo che il dubbio sulla legittimità della pubblicazione delle immagini in questione era già stato sollevato.

Il fatto che accada ha, purtroppo, poche spiegazioni e sono tutte egualmente indigeste: il Ministero è impermeabile alle critiche, il Ministero ignora la legge sul diritto d’autore, il Ministero ritiene di poter riscrivere la legge sul diritto d’autore arrogandosi il diritto di riutilizzare liberamente contenuti altrui senza chiedere il permesso e senza neppure garantire ai fotografi il sacrosanto diritto alla paternità sulla propria opera.

“Gli interessati o gli aventi diritto possono comunicare le loro osservazioni in merito alla pubblicazione delle immagini scrivendo a infoverybello@beniculturali.it, che valuterà le richieste e l’opportunità di rimuovere le immagini pubblicate nel pieno rispetto delle normative vigenti”. E’ questa l’unica concessione che il Ministero-Sovrano, nel riscrivere la legge sul diritto d’autore e nel trattare come proprio ciò che invece appartiene ad altri, riconosce ai propri cittadini-sudditi nei Termini e condizioni di Verybello.it.

Come dire che da domani mattina, chiunque potrà utilizzare migliaia di opere dell’ingegno – non necessariamente fotografie ma anche brani musicali, film, articoli di giornale e libri – online, limitandosi a scrivere che se l’autore non gradisse, potrà contattarlo e il gestore del sito valuterà la richiesta e l’opportunità di rimuovere l’opera in questione. Per carità è una soluzione anche questa ma, allo stato, lontana anni luce da quella prevista nella legge sul diritto d’autore.

Ma non basta perché, se si arriva a leggere i Termini e Condizioni del sito fino in fondo, la definitiva débâcle del Ministero in relazione all’iniziativa, si tinge di tragicomico.

Lo stesso Ministero che considera unilateralmente i contenuti raccolti in rete e riutilizzati per realizzare il sito come di “pubblico dominio” e, dunque, non coperti dalla legge sul diritto d’autore, ha poi cura di precisare che “ Il sito www.verybello.it e con esso tutti i suoi contenuti, anche parziali, sono tutelati a norma del diritto italiano ed in particolare dalla legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modifiche, concernente la protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi”. Come dire che quello che è mio è mio e quello che è degli altri è pure mio.

Ma c’è davvero poco da ridere perché la conclusione è che Verybello.it, allo stato – oltre a tutto il resto – sembra un sito pirata. Non male per un’iniziativa nata per promuovere la cultura italiana nel mondo.

Viene solo da augurarsi che i termini e le condizioni del sito non siano davvero tradotte in inglese perché a quel punto diventeremmo davvero una barzelletta senza pari nella comunità internazionale e passeremmo probabilmente alla storia come il primo Paese con un governo pirata.

 

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