Sono arrivati – annunciati – mentre il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan era a Bruxelles per la riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin sull’esito delle elezioni in Grecia. Ma, insieme ai 38 tecnici della Commissione Ue e della Bce in missione a Roma per verificare che il Paese stia facendo i “compiti a casa”, è arrivata anche l’anticipazione di una bocciatura che costringerà il governo di Matteo Renzi a trovare in pochi mesi 730 milioni di euro necessari per finanziare la riduzione aggiuntiva dell’indebitamento promessa alle istituzioni europee a fine ottobre. In caso contrario scatteranno le famigerate “clausole di salvaguardia“, nella forma di una stangata sulle accise su benzina e gasolio. Nel frattempo, tra l’altro, sempre da Bruxelles il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha chiarito che la Penisola si muove su un sentiero molto stretto: “L’Italia non è sotto procedura per debito eccessivo, è nel braccio preventivo del Patto, quindi può chiedere l’attivazione delle clausole di flessibilità. Ma bisogna osservare che il margine di manovra è limitato, perché ha un rapporto deficit/Pil vicino al 3% e nell’utilizzo della flessibilità gli Stati membri non possono superare 3%”. Padoan dal canto suo ostenta tranquillità: twitta che “l’Italia sa rispettare le regole” e fa sapere che anche se la Ue dovesse scrivere “un rapporto” sul debito italiano, “sono sicuro che terminerà con la dicitura ‘è sostenibile‘”, anche se “le circostanze non ci permettono di vederne la discesa nel 2015: la si vedrà nel 2016”.

I tecnici Ue al Tesoro e in Bankitalia per valutare le riforme – I tecnici europei, guidati dal direttore degli Affari economici e finanziari István P. Székely, sono in Italia da lunedì e ci rimarranno fino a mercoledì per verificare, in vista del verdetto finale sulla legge di Stabilità atteso per marzo, il progresso delle riforme strutturali e degli interventi realizzati per ridurre i cosiddetti “squilibri macroeconomici”. Cioè non solo l’eccesso di debito pubblico ma anche la bassa competitività e produttività, la rigidità del mercato del lavoro, le inefficienze di pubblica amministrazione e giustizia. Obiettivo finale della missione, condotta parlando con i funzionari dei principali ministeri – a partire da quello del Tesoro – ma anche con tecnici di Bankitalia e Confindustria, è valutare se Roma ha diritto agli “sconti” previsti dalle nuove linee guida di Bruxelles sull’interpretazione flessibile del Patto di stabilità.

I tecnici valuteranno se Roma ha diritto agli sconti previsti dalle nuove linee guida di Bruxelles sull’interpretazione flessibile del Patto di stabilità

Una differenza che vale 4 miliardi – Quel documento stabilisce che ai Paesi in crisi economica venga concesso più tempo per rispettare gli obiettivi di bilancio fissati dal Fiscal compact: quelli che registrano una crescita reale negativa o una differenza significativa tra la crescita “potenziale” e quella effettivamente realizzata (il cosiddetto “output gap”) dovranno ridurre nel corso dell’anno il deficit strutturale solo dello 0,25% del Pil e non dello 0,5% richiesto in precedenza. Una differenza che vale 4 miliardi. E ulteriori sconti sono previsti a fronte di riforme strutturali con effetti positivi di lungo termine e di investimenti in progetti cofinanziati dalla Ue o nel nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) previsto dal piano Juncker. I tecnici Ue “misureranno” gli effetti previsti del Jobs Act e dei piccoli interventi fatti finora sulla giustizia e decideranno se concedere all’Italia l’attivazione di quelle clausole, in vista appunto del giudizio definitivo sulla manovra economica del governo.

Se il no di Bruxelles si allargherà allo “split payment”, le risorse da recuperare con aumenti delle imposte arriveranno a 1,7 miliardi

Bocciata l’inversione dell’Iva sui fornitori – Dopo il via libera alle linee guida, la strada appariva in discesa visto che Roma ha già garantito che taglierà il deficit dello 0,3% del Pil. Ma, stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore, proprio in questi giorni su Palazzo Chigi è arrivata da Bruxelles una tegola che potrebbe riaprire la partita: la Commissione, secondo il quotidiano di Confindustria, ha fatto sapere al governo che dirà no alla possibilità di estendere la reverse charge  l’inversione contabile per cui l’Iva viene pagata alle casse pubbliche direttamente dall’acquirente e non dal venditore – ai fornitori della grande distribuzione. Una misura pensata per ridurre l’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, ma che ha subito provocato le proteste di Federalimentare, secondo cui in questo modo lo Stato esige dalle imprese un “prestito forzoso” che non si sa in che tempi sarà restituito. Poco importa, perché, appunto, l’Europa ha già espresso la propria opposizione. D’altro canto nel 2006 anche Germania e Austria hanno incassato un rifiuto all’inversione, che confligge con la direttiva europea sull’Iva. Peccato che l’Italia abbia già “usato” i 730 milioni di entrate aggiuntive previste per finanziare la riduzione aggiuntiva del deficit (dal 2,9 al 2,6% del Pil) decisa a fine ottobre. E peccato che quelle entrate, se verranno meno, saranno sostituite da un ulteriore aumento delle imposte sui carburanti pronto a scattare fin dall’1 luglio. Per di più, se a questa decisione dovesse aggiungersi anche un no allo split payment – altro meccanismo contabile anti-evasione in forza del quale dall’1 gennaio la pubblica amministrazione paga l’Iva direttamente all’erario e non alle imprese fornitrici – le risorse da recuperare saliranno a oltre 1,7 miliardi. E le accise schizzeranno alle stelle.