“Un misero pacchetto di riforme”. E poi: “Ci trattavano da disturbati, oggi sono solo più sottili”. Infine: “La giustizia è stata sacrificata sull’altare del garantismo”. Da Milano a Reggio Calabria, da Roma a Torino, l’anno giudiziario in Italia si apre tra le polemiche per le riforme del governo Renzi. E il discorso di inaugurazione tenuto dai magistrati è l’occasione per commentare i provvedimenti dell’esecutivo. “Un misero pacchetto“, ha detto l’avvocato generale dello Stato di Milano Laura Bertolè Viale. “Molte norme sono irragionevoli, prima fra tutte la ‘salva Berlusconi‘. E inoltre è stato escluso il reato di falso in bilancio”. Parole dure anche da Giovanni Battista Macrì a Reggio Calabria: “La giustizia è stata sacrificata sull’altare del garantismo”, ha detto il presidente della Corte d’appello, “la mancanza di certezza delle situazioni giuridiche ostacola lo sviluppo economico e gli investimenti di impresa e annulla l’effetto deterrente della pena alimentando la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni”. Il sentimento diffuso è quello dell’amarezza per un sistema che non cambia nonostante le pressioni e le richieste da tutta Italia: “Prima ci trattavano da malati disturbati, oggi sono solo mediaticamente più sottili”, ha detto il presidente della Corte d’appello di Bologna Giuliano Lucentini. A Torino invece il procuratore generale Marcello Maddalena ha attaccato il provvedimento che ha tagliato le ferie dei magistrati: “Il presidente del Consiglio si è ispirato al personaggio di Napoleone de ‘La fattoria degli animali’ di Orwell, che aveva scoperto, per tutti i problemi della vita, il grande rimedio: lavorare, anzi far lavorare gli altri, di più. Fino a farli crepare dalla fatica, come il cavallo Gondrano”.

Ma non solo critiche a Renzi. Durante la cerimonia di inaugurazione a Milano e Palermo non sono mancate le polemiche per il processo sulla trattativa Stato-mafia. A Palermo il presidente reggente della Corte d’appello Ivan Marino ha messo in guardia dai “protagonismi” dei magistrati, criticando le misura straordinarie di sicurezza che proteggono i pubblici ministeri ed espongono i magistrati. “La società civile non stia solo con i pm”, ha aggiunto. A Milano invece, il presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio ha messo in dubbio la necessità della deposizione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Questa dura prova si poteva risparmiare al Capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica Italiana”. Il pm Nino Di Matteo non ha voluto commentare.

Milano, Sabelli: “Riforme siano coerenti”. Bertolè Viale: “Pacchetto Renzi è misero”
A Milano il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Rodolfo Sabelli è tornato a parlare della legge di riforma della responsabilità civile delle toghe approvata dal Senato a novembre scorso. “Siamo i primi a volere le riforme ma ci vuole coerenza, agli annunci devono corrispondere i fatti. I magistrati non si chiudono in una forma corporativa e non rifuggono dal principio di responsabilità, ma l’approccio del governo non è stato sufficientemente meditato”.
L’avvocato generale di Milano Laura Bertolè Viale ha rottamato invece la riforma della giustizia di cui sta discutendo il governo guidato da Matteo Renzi. Il pg non ha esitato a definire “questo ‘pacchetto’ ben misera cosa rispetto ai vari progetti che sono stati elaborati prima” e a sottolineare come “non poche norme peccano di distonia, cioè sono irragionevoli”. In primis sulla cosiddetta norma ‘salva Berlusconi’, non si rispetterebbero quei “criteri di progressività” in materia tributaria sanciti dalla stessa Costituzione; inoltre da questo pacchetto allo studio dell’esecutivo “è stato escluso il reato di falso in bilancio. Negli anni 2009-2013 nell’intero distretto di Corte d’Appello Milanese ci sono stati 33 procedimenti per falso in bilancio, nel 2014 le sentenze di condanna sono state cinque. Ma questa purtroppo non è una prova della correttezza delle comunicazioni sociali”.

Roma, Panzani: “La situazione della giustizia è a un punto di non ritorno”
A Roma il presidente della Corte d’appello Luciano Panzani ha lanciato l’allarme sulla situazione della giustizia in Italia. “Nonostante l’impegno del ministro della Giustizia e del governo”, ha detto, “e la consapevolezza di tutti che l’efficienza della giustizia è condizione di competitività del Paese, la situazione ha raggiunto un punto di non ritorno”. Per Panzani il quadro dello stato dell’amministrazione della giustizia è “per molti versi deludente” e “la lotta per l’eliminazione o quantomeno la riduzione dell’arretrato tanto nel settore civile che in quello penale pone problemi formidabili”.
Il procuratore generale Antonio Marini ha invece parlato delle preoccupazioni sull’infiltrazione mafiosa nel calcio: “Crea forte preoccupazione l’infiltrazione della criminalità organizzata nel mondo del calcio, come emerge da una serie di episodi e di inchieste giudiziarie avviate di recente. Con le cifre folli che girano ormai da qualche anno, il calcio è diventato un grande business, ma è anche una potentissima arma di consenso e di coesione sociale, elementi di cui la criminalità è alla costante ricerca. In questi ultimi anni i rapporti con la criminalità organizzata siano diventati sempre più stretti e connotati da ambiguità, soprattutto quelli con le tifoserie degli ultras”.

Genova, il ministro Orlando: “La giustizia inefficiente rallenta la crescita”
“In tempi di crisi economica una giustizia inefficiente rallenta ulteriormente la crescita”, ha detto il guardasigilli Andrea Orlando parlando durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Genova. “Dare centralità nuovamente allo Stato significa anche rendere di nuovo forte la sua funzione di garanzia dei diritti e di risoluzione dei conflitti tra i privati. Il Governo ha posto con forza il tema della giustizia civile perché rappresenta il terreno di contatto quotidiano tra cittadino e amministrazione della giustizia. La sua inefficienza contribuisce al crollo del senso di legalità e alla sfiducia nel sistema giudiziario”.

Milano, Canzio: “Deposizione di Napolitano si poteva risparmiare”
A Milano invece, il presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio ha espresso perplessità sulla necessità della deposizione di Giorgio Napolitano nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. “E’ mia ferma e personale opinione, che questa dura prova si poteva risparmiare. Napolitano è una persona di cui abbiamo ammirato nell’esercizio del suo difficile mandato, il rigore morale e intellettuale, a difesa dei valori costituzionali della Repubblica Italiana”. E ha aggiunto: “Sento il dovere di rendere onore alla sua persona per avere, con equilibrio e saggezza, saputo salvaguardare la tenuta delle prerogative presidenziali insieme con i valori di indipendenza e autonomia della magistratura, tenendo la barra dritta sul crinale davvero impervio della sua recente audizione”. Anche in questo caso il pm Di Matteo ha preferito non esprimersi: “L’utilità della citazione a testimoniare”, ha detto, “dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è già stata oggetto di valutazione della corte d’assise di Palermo”.
Canzio ha poi parlato del pericolo delle infiltrazioni mafiose al nord: “La presenza mafiosa al nord deve essere ormai letta in termini non già di mera ‘infiltrazione’, quanto piuttosto di ‘interazione-occupazione’. Nel distretto milanese e in vista di Expo 2015, lo Stato è presente e contrasta con tutte le istituzioni l’urto sopraffattorio della criminalità mafiosa, garantendo, nonostante la denunciata carenza di risorse nel settore giudiziario, la legalità dell’agire e del vivere civile”.

Palermo, Sacarpinato: “In carcere solo le classi popolari”
“L’attuale composizione sociale della popolazione carceraria è analoga a quella dell’Italia del 1860″: in carcere ad espiare la pena finiscono soprattutto i ceti popolari, mentre la giunta dei colletti bianchi è statisticamente irrilevante”.  A parlare di politica criminale del “doppio binario” e a denunciare “l’incoerenza del prodotto finale del sistema penale con il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge” è stato il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. Il magistrato, intervenuto alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, ha fatto notare che su 24 mila 744 detenuti solo 31 erano in cella per reati di corruzione. Numeri, che a dire del pg, impongono interrogativi su quale giustizia venga amministrata e “pongono in luce un grave deficit del sistema sanzionatorio penale come sistema di regolazione delle relazioni sociali”.