La giustizia “sacrificata sull’altare del garantismo”. A Reggio Calabria non è solo il lentezza dei tempi di decisione dei giudizi civili e penali l’argomento centrale dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2015. Il presidente della Corte d’Appello Giovanni Battista Macrì non ha dubbi. La sua analisi cerca di approfondire i problemi della macchina della giustizia in riva allo Stretto. Problemi che passano dai tempi lunghissimi dei processi e questo mina “la certezza delle situazioni giuridiche, ostacola lo sviluppo economico e gli investimenti di impresa” e annulla “l’effetto deterrente della pena alimentando la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni”. Sfiducia che viene amplificata da “un apparato processuale vetusto e pletorico che sacrifica il valore della giustizia sull’altare del garantismo.

Secondo il presidente della Corte d’Appello occorrono “riforme straordinarie che incidano sui riti e sullo smaltimento dell’arretrato, una straordinaria dotazione di uomini e di mezzi, che invece si assottiglia sempre più di anno in anno. Basti pensare ai paurosi vuoti di organico, all’improvviso esodo di molti dirigenti dagli uffici giudiziari”. Vuoti che hanno ridotto il distretto di Reggio Calabria “al limite della paralisi della giurisdizione”. Solo il Tribunale dei Minori e quello di sorveglianza hanno l’organico al completo. Al Tribunale di Reggio, infatti, c’è una vacatio di due presidenti e undici giudici, a quello di Palmi ne mancano sei e Locri cinque. La riforma è urgente altrimenti “la giustizia affonderà nella palude, scuotendo le fondamenta dello Stato di diritto”. Una riforma che, secondo il magistrato Macrì, non preveda la restrizione delle intercettazioni. Piuttosto “una rimodulazione della disciplina della prescrizione, che scoraggi i tatticismi difensivi”.

In un momento storico in cui è sempre più chiaro come la ‘ndrangheta sia un problema nazionale e che non riguarda solo la Calabria, il procuratore Federico Cafiero De Raho si è soffermato sul tema della criminalità organizzata sottolineando che “le cosche della provincia di Reggio Calabria rimangono centrali nella struttura complessiva e da esse bisogna partire per ricostruire l’albero della ‘ndrangheta. Le cosche reggine sono la ‘casa madre’, cui tutte le altre fanno riferimento. La ‘ndrangheta calabrese è, sul piano internazionale, la più attiva, con particolare riferimento al traffico di sostanze stupefacenti”.

Non solo droga, ma anche racket: “È presente oltre ogni soglia di tollerabilità, – ha aggiunto De Raho – eppure, si contano sulle dita di una sola mano le persone offese che ricorrono alla polizia giudiziaria e alla magistratura per difendere i propri diritti, la propria dignità, sociale e umana, la propria libertà. Si preferisce essere schiavi del sistema criminale piuttosto che denunciare”.