Un j’accuse diretto contro i magistrati inquirenti, colpevoli di essere troppo protetti dagli agenti di scorta. Per il secondo anno consecutivo l’inaugurazione dell’anno giudiziario al palazzo di giustizia di Palermo si apre tra le polemiche. Anche questa volta, al centro del discorso inaugurale, una citazione neanche troppo indiretta dei pm titolari dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra. Primo tra tutti il pm Nino Di Matteo, obiettivo del piano di morte messo a punto dai boss di Cosa Nostra, svelato nelle scorse settimane dal pentito Vito Galatolo. I pm come Di Matteo hanno bisogno di ulteriore protezione? Per Vito Ivan Marino, presidente ad interim della corte d’appello di Palermo “l’esposizione a rischio dei magistrati della requirente, con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti, finisce per isolare e scoprire sempre più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi”. Una inedita analisi tracciata da Marino, recentemente citato dalle cronache per i guai giudiziari del figlio Giuseppe, condannato in primo grado a due anni per corruzione, in un processo che vedeva alla sbarra anche alcuni fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro.

Proprio il boss di Castelvetrano, secondo il racconto del pentito Galatolo, avrebbe emanato l’ordine di morte per Di Matteo, che doveva essere eliminato con l’utilizzo di un’autobomba: proprio per questo motivo negli ultimi 12 mesi le misure di sicurezza per proteggere il pm sono state rinforzate. “L’alta funzione affidata ai magistrati di applicare la legge assume un carattere di laica sacralità, che immune da ogni atteggiamento di personale protagonismo, non può prescindere del carattere di indipendenza e imparzialità, di rigore e di obiettività. È essenziale inoltre il prestigio e la dignità dei magistrati che deve tradursi in comportamenti appropriati” ha continuato Marino, ponendo l’accetto su un presunto divismo dei pm. Poi il presidente ad interim ha anche lamentato un’eccessiva attenzione, da parte della società civile, nei confronti sempre degli inquirenti. “Va riconosciuto il merito di quelle componenti della cosiddetta società civile che hanno contribuito a far crescere, nelle giovani generazioni, quella cultura antimafiosa che costituisce il vero e permanente antidoto alla diffusione dei comportamenti mafiosi. Ma occorre la dovuta attenzione affinché tale opera non guardi esclusivamente al momento repressivo dell’organizzazione criminale, ovvero sia in favore soltanto della pubblica accusa con, talvolta anche plateali, manifestazioni di protesta nei confronti della giudicante, rea soltanto di avere appunto giudicato in base agli elementi di accusa presenti nel processo, spesso insufficienti”. “Non intendo commentare” è stata la replica di Nino Di Matteo alle parole di Marino.

Il presidente ad interim della corte d’appello, dopo aver esposto il suo discorso, è stato protagonista di un piccolo doloroso fuori programma: uscendo dall’aula durante la pausa è inciampato sul tappeto rosso, procurandosi alcune evidenti ferite al volto, poi medicate in infermeria. L’attacco di Marino arriva dodici mesi dopo quello Vincenzo Oliveri, ex presidente della corte d’appello andato in pensione, che non aveva dedicato alcuna parola del suo discorso inaugurale ai pm minacciati, preferendo piuttosto bacchettare l’ex magistrato Antonio Ingroia, dedicando invece un plauso a Giorgio Napolitano: il capo dello Stato aveva recentemente sollevato un conflitto d’attribuzione contro la procura palermitana, per la vicenda delle telefonate intercettate con Nicola Mancino. Ha invece preferito parlare di corruzione il procuratore generale Roberto Scarpinato. “In passato la corruzione si finanziava aumentando le tasse: oggi tagliando i servizi sociali” ha detto il pg che ha anche sottolineato come la popolazione carceraria sia “analoga a quella del 1860: la reclusione colpisce solo le classe popolari”. Ampio passaggio nel discorso del Pg è stato dedicato al decreto legge sulla responsabilità dei magistrati: “occulto cavallo di Troia – ha detto Scarpinato – che ridisegnerebbe gli equilibri costituzionali, mediante la costruzione di una “trama normativa in grado di mettere nelle mani dei poteri forti, tra i quali anche quelli criminali, obliqui strumenti di condizionamento dell’indipendenza e autonomia dei magistrati”.

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