Sicuro. Aggressivo. Persino irridente. E’ apparso così Barack Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione 2015 – il sesto e penultimo della sua avventura alla Casa Bianca. Obama ha lodato “la forza e l’ostinazione americana”, si è attribuito il merito di aver rilanciato l’economia, ha chiesto un piano ambizioso di riforme e un miglioramento delle sorti della classe media. Ha evidentemente pensato e riflettuto sull’eredità che pensa di lasciare al Paese, quella di un leader che ha presieduto a una svolta liberal e progressista. Soprattutto, Obama non ha mostrato alcuna volontà di compromesso con i repubblicani, che anzi ha apertamente ridicolizzato. A un certo punto, notando di “non aver altre campagne elettorali da condurre”, il presidente si è fermato, ha guardato in direzione dei repubblicani e ha aggiunto, sorridendo: “Anche perché le ho vinte tutte”. 

Il discorso è stato tutto segnato dalla necessità, da parte di Obama, e dei democratici, di definire la propria agenda politica, in vista delle prossime presidenziali. “Se dobbiamo litigare, litighiamo – ha detto Obama -, ma facciamo in modo che il dibattito sia degno di questa istituzione, il Congresso, e di questo Paese, l’America”. Per il resto il discorso è stato dominato dai temi economici interni, con la considerazione che “le ombre della crisi sono passate” e la necessità di usare i due anni che restano a questa amministrazione per combattere a favore di chi “è rimasto indietro” e non ha sinora goduto della ripresa. Obama ha chiesto al Congresso di rendere i primi due anni di community college gratuiti per molti studenti; ha proposto agevolazioni fiscali per l’istruzione e la sanità infantile; maggiori tasse per i ricchi e per le grandi istituzioni finanziarie.

Ricordando che “siamo e ormai emersi dalla recessione”, che il deficit cala e che le spese per la sanità stanno diminuendo, Obama si è chiesto: “Dobbiamo accettare un’economia dove soltanto alcuni di noi se la cavano in un modo spettacolare? Oppure ci dobbiamo impegnare per un’economia che genera redditi in crescita e possibilità per tutti coloro che lavorano duro?”. Quindi Obama ha reiterato la proposta di raccogliere 320 miliardi di dollari in nuove tasse dai più ricchi – aumentando la tassazione sui capital gains per le famiglie con redditi superiori ai 500mila dollari e alzando le imposte per le 100 banche più ricche del Paese – utilizzando le nuove entrate per sgravi e agevolazioni a favore della classe media. “L’economia della classe media funziona – ha spiegato Obama -, allargare le opportunità è una cosa che funziona. E perché queste politiche funzionino, è necessario che la politica non si metta di mezzo”.

Col procedere dei minuti, il presidente si è fatto sempre più irridente. Ai repubblicani che restavano ostinatamente seduti e impassibili di fronte all’elenco dei progressi dell’economia, Obama ha detto: “Ragazzi, guardate che si tratta di una buona notizia…” Dall’economia, il discorso si è poi allargato ad altri temi. Obama ha difeso la necessità di intervenire al più presto per combattere i cambiamenti climatici: “Non sono uno scienziato, ha detto, ma gli scienziati della Nasa mi dicono che i cambiamenti climatici sono una realtà contro cui bisogna intervenire”. Toccati anche i temi internazionali, con l’orgogliosa rivendicazione di aver iniziato un’azione militare – l’unica vera della sua presidenza, quella contro l’Isis in Iraq e in Siria – “con la collaborazione di tutta la comunità internazionale”.

Parole e tono di Obama sono apparsi in sintonia con l’immagine aggressiva che il presidente ha cercato di rilanciare in questi ultimi mesi. Le elezioni di medio termine, con la vittoria dei repubblicani e il loro controllo del Congresso, hanno convinto Obama che la possibilità di un compromesso, già così difficile nel passato, è ora fuori discussione. In un incontro riservato con deputati e senatori democratici in un hotel di Baltimore, la scorsa settimana, Obama ha spiegato di non avere la minima voglia di diventare “un’anatra zoppa”, per i prossimi due anni, e di voler al contrario giocare “tutto all’attacco”. In una dichiarazione non ufficiale al Washington Post, uno dei presenti ha detto che “Obama è apparso positivo e energico, attento alla sua eredità e al suo posto nella storia”.

Il nuovo slancio è del resto sostenuto da una popolarità che, dopo mesi di difficoltà, è tornata a salire. Un sondaggio WashingtonPost/Abc News del 19 gennaio mostra che il 50% degli intervistati approva la politica di Obama. E’ un risultato notevole, che lo riporta agli indici del maggio 2013, e che si giustifica soprattutto con la ripresa economica. Il 41% degli americani dice oggi di vedere in una luce positiva l’economia americana (era il 27% lo scorso ottobre). Obama mostra di guadagnare consensi in molti gruppi sociali e politici: tra i democratici, i moderati, gli ispanici, i giovani, persino tra i cristiani evangelici che tradizionalmente preferiscono i repubblicani.

Forte dei nuovi indici di popolarità, e con il sostegno di una campagna di pubbliche relazioni particolarmente aggressiva e studiata anche con gli esperti della Silicon Valley, il presidente si è lanciato nei giorni scorsi in una serie di iniziative culminate proprio nel discorso sullo Stato dell’Unione: annunci di nuovi piani fiscali, per la sanità e l’educazione; interventi continui su diversi social media, da Facebook a Linkedin a Medium; un tour di comizi e incontri che nelle prossime ore includerà centri dell’Idaho e del Kansas. Contemporaneamente, Obama ha mostrato di non cercare in nessun modo il consenso politico dei repubblicani: ha usato i suoi poteri esecutivi per far passare le misure sull’immigrazione e la riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba; ha minacciato il veto nei confronti di importanti iniziative legislative repubblicane, dall’autorizzazione dell’oleodotto Keystone XL a nuove sanzioni contro Cuba.

“Il presidente cerca un accordo, se possibile, con i repubblicani”, ha detto domenica uno dei consiglieri più ascoltati della Casa Bianca, Dan Pfeiffer. In realtà, quasi nessuna delle iniziative delineate nel discorso di ieri sera, con l’eccezione forse di quelle legate a investimenti nelle infrastrutture, ha qualche possibilità di conquistare il voto decisivo dei repubblicani del Congresso. Quello che però a questo punto interessa Obama e i democratici, più che la concretezza dei risultati, è delineare una strategia in vista delle presidenziali del 2016. “Stanno cercando di creare attenzione attorno al fatto che hanno un piano e una serie di cose che vogliono fare”, ha spiegato Simon Rosenberg, fondatore del think tank liberal “New Democrat Network”.