La corruzione era diffusa in tutti gli appalti Ama. Nell’azienda municipale ambiente di Roma “il fenomeno corruttivo ha raggiunto la massima espressione inquinando tutte le gare di appalto”. Lo scrivono i giudici del Tribunale del Riesame nelle 140 pagine delle motivazioni con cui hanno confermato il carcere per Salvatore Buzzi – numero uno della cooperativa 29 giugno e, per i magistrati, braccio destro dell’ex Nar Massimo Carminati – ritenuto “pericoloso per la società e una minaccia per le istituzioni”. Il Riesame ha inoltre disposto gli arresti domiciliari per l’ex dg dell’Ama, Giovanni Fiscon. Entrambi sono indagati nell’inchiesta antimafia del Ros “Mondo di Mezzo“, che il 2 dicembre scorso ha portato all’arresto di 37 persone e all’iscrizione nel registro degli indagati, tra gli altri, dell’ex sindaco della Capitale Gianni Alemanno. Il collegio presieduto da Bruno Azzolini ha depositato le motivazioni relative alle posizioni di un gruppo composto da 17 indagati. Il tribunale aveva confermato la custodia in carcere, con l’aggravante mafiosa per Buzzi, Giovanni De Carlo e altri nove indagati, disponendo invece la scarcerazione di Riccardo Mancini, ex ad dell’Ente Eur.

“Ama ha intrattenuto rapporti basati sulla corruzione con cooperative di Buzzi”
Secondo i giudici, l’Ama “piuttosto che improntare la propria attività a criteri di imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione, ha intrattenuto con le cooperative di Buzzi rapporti basati sulla corruzione“. Tra Buzzi e Fiscon, annota il Riesame, avvenivano “frenetici scambi di sms e gli incontri” che “denotano l’esistenza di interrelazioni e contatti del tutto anomali nel corso di una procedura di aggiudicazione di un appalto”. Sull’ex dg Ama Fiscon, si legge, “non è stata individuata specifica utilità conseguita per la sua opera in favore dell’associazione criminale se si esclude la promessa di pulizia nel proprio appartamento” e “sussistono dubbi in ordine al riconoscimento dell’aggravante mafiosa” perché “non emergono indizi univoci in ordine alla coscienza di agevolare l’associazione”. Oltre a Fiscon, anche un altro rappresentante dei vertici dell’Ama è indagato in Mafia Capitale. Si tratta dell’ex ad Franco Panzironi, fotografato dal Ros durante un incontro sospetto con Buzzi.

“Buzzi minaccia per le istituzioni, suo percorso dimostra il fallimento della funzione rieducativa della pena”
L’aggravante mafiosa è stata invece confermata per Buzzi, l’uomo delle cooperative romane, che per i giudici rappresenta “una concreta minaccia“. “È pericoloso per la società a tutti i livelli” annotano i giudici sottolineando che “la sua capacità di infiltrazione nel settore politico-imprenditoriale-economico attraverso la complicità di Carminati, del quale sfrutta la pregressa fama criminale e utilizzando la corruzione dei pubblici funzionari, è palese e costituisce una concreta minaccia per le istituzioni”. I giudici della libertà sottolineano come Buzzi “è determinato a fare affari in ogni campo arrivando anche a sfruttare a vantaggio proprio e dell’associazione le drammatiche vicenda dei migranti e dei richiedenti asilo”. “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno“, spiegava infatti il presidente della 29 giugno alla segretaria di Luca Odevaine, membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione. Ma i giudici vanno oltre e scrivono che il percorso di Buzzi “dimostra il fallimento della funzione rieducativa della pena”. “Pur essendo stato condannato nei primi anni ’80 per omicidio volontario e pur avendo beneficiato di misure alternative e della grazia – si legge nelle motivazione – è tornato a delinquere manifestando la propria insensibilità al precedente intervento dell’autorità giudiziaria”.

“Mancini funzionario corrotto, ma non fa parte dell’associazione criminale”
Al vaglio del Riesame anche la posizione dell’ex ad dell’Ente Eur e fedelissimo di Alemanno Riccardo Mancini, scarcerato ma ritenuto “un funzionario corrotto“, anche se “non sembra possa essere affermato che egli faccia parte dell’associazione criminale”. Mancini è “un personaggio certamente contiguo ad ambienti criminali di elevato spessore e può senz’altro essere affermato che il suo modo di interpretare la funzione pubblica non abbia nulla a che vedere con i principi di fedeltà, di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. Peraltro, deve essere evidenziato che dagli atti emergono elementi contraddittori che non permettono di affermare, con il dovuto grado di probabilità, che egli sia un associato ex articolo 416 bis (associazione di stampo mafioso ndr)”. A sostegno di questa impostazione i giudici accennano a due conversazioni intercettate nelle quali “si evince in maniera inequivocabile che Mancini in più occasioni opponga qualche resistenza ad assecondare le finalità dell’associazione, tanto da dover essere minacciato ed addirittura picchiato“.