Banche popolari sugli scudi a Piazza Affari alla vigilia della presentazione del decreto che, stando alle anticipazioni, le trasformerà in società per azioni e favorirà aggregazioni tra istituti. Aprendo la strada, secondo alcuni analisti, alla possibilità di una fusione tra una grande popolare e il sofferente Monte dei Paschi di Siena. I titoli Ubi, Bpm, Bper e Banco Popolare sono stati più volte sospesi al rialzo e hanno chiuso la seduta con forti guadagni, dopo che, nel pomeriggio, Matteo Renzi parlando all’assemblea dei senatori del Pd ha confermato che nel Consiglio dei ministri di martedì arriveranno “provvedimenti” sul settore del credito. Maglia rosa è stata la Banca popolare di Milano, che ha registrato un progresso del 14,89%, seguita da Ubi (+9,68%) e Banca Popolare dell’Emilia Romagna (+8,51%).

L’euforia dipende dal fatto che nelle bozze dell'”investment compact” che il governo si prepara a varare è stata inserita una norma che cancella il “voto capitario“, quello che attribuisce ad ogni azionista un voto in assemblea indipendentemente dal numero di azioni possedute, il divieto di detenere partecipazioni superiori all’1% del capitale e il numero minimo di soci (200) delle popolari. Caratteristiche che ingessano il processo decisionale e hanno più volte attirato i rilievi di Bankitaliale critiche del Fondo monetario internazionale, secondo cui “le restrizioni imposte al possesso azionario e all’esercizio dei diritti di voto indeboliscono la valutazione di mercato e la capacità delle banche di raccogliere capitale da finanziatori esterni”.

Modificare il Testo unico bancario, come Renzi punta a fare, aprirà invece la strada all’ingresso nel capitale di fondi di investimento e a fusioni e acquisizioni. Secondo gli analisti di Equita, il vero obiettivo dell’esecutivo è risolvere il problema Monte dei Paschi. L’istituto, che deve ancora restituire allo Stato circa 1 miliardo di aiuti ricevuti sotto forma di Monti bond, è stato bocciato agli stress test della Bce. E ora attende il via libera della Vigilanza europea al suo piano di ricapitalizzazione. Ma nel frattempo ha ricevuto da Francoforte la richiesta di rafforzare notevolmente il proprio coefficiente patrimoniale minimo, cioè il rapporto tra il capitale di maggior pregio e le attività pesate per i relativi rischi. Un’analisi dell’agenzia Reuters nota che “gli investitori potrebbero essere più disponibili a sostenere la terza banca italiana se facesse parte di un gruppo più grande”, ma “vendere una banca quotata a una popolare, l’unica vera opzione, sarebbe una cattiva pubblicità”. A valle della riforma, invece, diventerebbe possibile “una fusione tra Mps e una delle maggiori popolari, come Ubi. Ne risulterebbe una nuova entità con il 12% di quota di mercato del credito in Italia”.

Anche Mediobanca Securities indica, come principale candidata a essere protagonista del processo di consolidamento, la popolare bergamasca, insieme a Bpm, anche sulla base del fatto che entrambe hanno circa il 20% dei dipendenti con più di 30 anni di anzianità il che “lascerebbe maggior spazio per una razionalizzazione dei costi”. Per l’intero compatto invece il beneficio del taglio dei costi del personale “potrebbe non essere significativo”. Il vantaggio di eliminare maggiore starà, secondo gli analisti di Piazzetta Cuccia, nei maggiori rendimenti e in una maggiore generazione di capitale, nonché nel più facile accesso al finanziamento grazie alle economie di scala.

Intanto i sindacati dei bancari continuano a protestare contro i contenuti del decreto. Secondo il segretario generale di Fiba Cisl Giulio Romani “sarebbe paradossale che stante la finalità dichiarata dei provvedimenti – dare credito alle piccole e medie imprese – si elimini proprio il comparto delle banche cooperative che storicamente ma specialmente negli ultimi anni di crisi hanno di più aiutato e sono più state vicine alle pmi”. Romani paventa anche che “qualora venisse davvero eliminata la struttura cooperativa, le banche sarebbero, prevedibilmente, facile preda degli “speculatori” che non si preoccuperebbero certo né di finanziare le pmi né di mantenere gli attuali livelli occupazionali, questione questa su cui, come sindacato, non intendiamo rimanere inerti”. Nel mirino anche la presunta assenza dei requisiti di necessità e di urgenza che dovrebbero giustificare il ricorso allo strumento del decreto legge.