Addio banche popolari. Il governo, stando alle bozze del “pacchetto investimenti” che approderà la settimana prossima in Consiglio dei ministri, intende metter mano al Testo unico bancario (Tub) modificando proprio gli articoli sulle popolari. Cioè gli istituti di credito costituiti come società cooperative. L’obiettivo è favorire il necessario consolidamento del settore. “Ci sono troppi banchieri e poco credito per le piccole e medie imprese”, ha detto il premier Matteo Renzi durante la direzione del Pd, preannunciando il provvedimento. Ma il mezzo individuato per favorire le aggregazioni – almeno in base alle anticipazioni sul contenuto del decreto – è costringere le popolari a trasformarsi in società per azioni. Una mossa con conseguenze pesanti sui meccanismi di governo interno di gruppi quotati come Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Bper e Ubi. E in potenza anche sui dipendenti: non per niente la notizia ha fatto immediatamente salire sulle barricate i sindacati di settore, che – a meno di due settimane dallo sciopero proclamato per il 30 gennaio – paventano il rischio di ulteriori esuberi in un comparto che dal 2000 a oggi ha visto 48mila dipendenti andare in pensione anticipata e conta ancora almeno 12mila “eccedenze” di personale.

Uno degli articoli del decreto, in particolare, prevede la cancellazione dell’articolo 30 del Tub. Di conseguenza con un unico tratto di penna si eliminano il cosiddetto “voto capitario“, cioè il principio in base al quale ogni socio ha un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute, il divieto di detenere partecipazioni superiori all’1% del capitale e il numero minimo di soci (200). Aspetti che da un lato ingessano il processo decisionale, dall’altro in alcuni casi hanno aperto la porta ad abusi. Come avvenuto, secondo la magistratura di Bergamo, in Ubi Banca, le cui nomine di vertice sarebbero state “pilotate” da due gruppi di azionisti, l’Associazione Banca Lombarda e Piemontese allora presieduta dal presidente del consiglio di sorveglianza Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e l’Associazione amici di Ubi.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Sole 24 Ore, sostiene che l’obiettivo è “favorire una razionalizzazione del sistema bancario in modo che gli utenti possano avere servizi più efficienti, costi inferiori più credito”. Ma il segretario generale della Uilca, Massimo Masi, ha scritto in una nota che “se la proposta di Renzi va nella direzione di diminuire le banche esistenti con ulteriori fusioni e mira a riformare le banche popolari e le Bcc, senza una visione complessiva delle problematiche, ciò aggraverebbe la già difficile situazione esistente mettendo ancora più a rischio il settore dal punto di vista occupazionale e creando ancor più difficoltà alle banche che non hanno ricevuto nessun aiuto dallo Stato”. Mentre il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, ha commentato dicendo che “se il presidente Renzi vuole diminuire i banchieri faccia pure, ma riformare le banche popolari, le banche di credito cooperativo e le banche locali che hanno sempre sostenuto l’economia dei territori trasformandole in spa è un errore”. “Nel totale disinteresse dei partiti abbiamo perso in 15 anni 68mila posti di lavoro”, ha aggiunto Sileoni. Con un intervento come quello previsto nel pacchetto investimenti “inevitabilmente si creerebbero le condizioni per ulteriori tagli del personale”. Reazione interlocutoria, invece, dall’Associazione nazionale delle banche di credito cooperativo e casse rurali: il presidente Alessandro Azzi ha anticipato solo che “leggerà con interesse i testi dei provvedimenti”.

Ma tra le norme sul credito inserite nel decreto ci sono anche, stando alle anticipazioni, novità per i consumatori. A partire da disposizioni per facilitare lo spostamento del conto corrente da un istituto all’altro: gli istituti dovranno concludere il trasferimento entro 15 giorni dalla richiesta. Se non lo fanno saranno tenuti a risarcire il cliente. Quanto invece al potenziamento del Fondo centrale di garanzia per far sì che possa garantire anche titoli derivanti da cartolarizzazione che abbiano a oggetto crediti nei confronti di piccole e medie imprese, nell’ultima bozza dell’investment compact sono state aggiunte due paroline, “in bonis” che sembrano smentire le indiscrezioni sulla volontà dell’esecutivo di concedere una garanzia pubblica sui crediti a rischio per far sì che la Bce possa acquistare pacchetti di Abs che li contengano. Ora infatti il testo specifica che le cartolarizzazioni dovranno riguardare prestiti non deteriorati. Non solo: viene ridotta a un massimo del 60%, dal precedente 80%, l’intensità di copertura della garanzia diretta su ogni singola operazione. Secondo Padoan “c’è un problema di risorse” su cui si “sta ragionando”.