E’ Banca Monte dei Paschi di Siena, con 2,1 miliardi di carenza di capitale accertata, la vera sconfitta degli esami condotti su 132 banche europee da Autorità bancaria europea e Bce. Anche Carige incassa una bocciatura, ma per la banca genovese il fabbisogno da coprire si ferma a 814 milioni. Gli istituti italiani sottoposti ad esame dei bilanci e stress test erano 15. Tutte hanno dimostrato di disporre di un capitale sufficiente per centrare i requisiti della “revisione della qualità degli attivi” (asset quality review), una sorta di esame approfondito dei bilanci che punta a verificare soprattutto che le potenziali perdite legate ai crediti a rischio (sofferenze, incagli, ristrutturazioni) siano conteggiate correttamente. Una volta verificato questo, alla banca viene chiesto di disporre di un “Core tier 1 ratio” di almeno l’8%. Quel termine tecnico sta ad indicare il rapporto tra il capitale della banca e il totale degli attivi (prestiti, finanziamenti, investimenti in titoli di stato ecc) ponderato per i vari livelli di rischiosità. Più il rapporto è alto più la banca è solida e in grado di fronteggiare eventuali perdite senza troppi patemi. Superano la prova in zona Cesarini Banca Popolare di Milano e Banca Popolare di Vicenza, che hanno evidenziato carenze rispettivamente per 170 e 220 milioni di euro che però, come specificato dalla Banca d’Italia, sono già state colmate con diverse operazioni varate nel frattempo.

Bpm e Popolare di Vicenza si sono salvate in zona Cesarini

Nove delle banche esaminate (oltre a Mps anche Banco Popolare, Banca Popolare Emilia Romagna, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare di Vicenza, Carige, Credito Valtellinese Veneto Banca) hanno invece evidenziato piccole o grandi carenze di capitale nel corso degli stress test. Si tratta di una simulazione in cui si ipotizza che una grave crisi economica abbia ripercussioni sui prezzi delle case, sul valore dei titoli di Stato, sulla Borsa e sui livelli di disoccupazione (e quindi sulla capacità, ad esempio, di pagare le rate di un mutuo). Delineando uno scenario fortemente recessivo si valuta poi quale sarebbe l’effetto sui bilanci delle banche. Alla fine dei tre anni di ipotetica crisi il rapporto tra capitale e attivi doveva risultare pari ad almeno il 5,5%. Tra le nove banche che non raggiungevano questo obiettivo in base ai bilanci di fine 2013, cinque hanno nel frattempo varato aumenti di capitale o effettuato operazioni che hanno permesso di centrare gli obiettivi. Ne restano quattro: Bpm, Popolare di Vicenza, Carige ed Mps. Le prime due si sono messe in sicurezza con alcune operazioni societarie. Per Carige e Mps serviranno sforzi supplementari da completare entro nove mesi. Promosse invece a pieni voti Credito Emiliano, Ubi Banca, Unicredit, Mediobanca, Iccrea e Intesa Sanpaolo, quest’ultima con i risultati migliori in assoluto.

Mps penalizzata da titoli di Stato e Monti bond. Ubs e Citigroup consulenti per valutare “tutte le opzioni” – Che Siena avrebbe incontrato delle difficoltà era noto da tempo, ma il risultato finale è ben peggiore delle attese. Entro la prossima estate la banca dovrà in qualche modo reperire più di 2,1 miliardi di euro per far fronte alle carenze di capitale emerse dagli stress test, vale a dire dalla simulazione degli effetti che una pesante crisi economica (che drenerebbe oltre 6 punti percentuali di Pil nel triennio 2014-2016) avrebbe sui bilanci della banca. Non si capisce bene come, visto che solo lo scorso giugno Mps aveva varato un aumento di capitale da 5 miliardi di euro, in larga misura (circa il 40%) bruciato dai successivi cali delle quotazioni del titolo. Difficile che ci sia qualcuno disposto a giocare qualche altra fiches sul tavolo di Siena. E, visto l’ammontare delle risorse richieste, neppure sono ipotizzabili la via delle cessioni o dell’emissione di nuovi bond ibridi. Dopo la diffusione dei risultati delle valutazioni, la banca ha annunciato in una nota di aver “avviato l’esame delle azioni da includere nel capital plan” da sottoporre entro 15 giorni alla Bce. Ubs e Citigroup sono stati scelti come consulenti per valutare tutte le “opzioni strategiche a disposizione”.

Entro la prossima estate Mps dovrà reperire più di 2,1 miliardi di euro

Oltre a una ben nota debolezza di fondo, con una situazione creditoria che continua a deteriorarsi, Mps paga una forte esposizione sui titoli di Stato italiani (circa 20 miliardi di euro) che in questi test sono stati valutati con una certa severità. A zavorrare la banca è anche il residuo dei Monti bond ancora in portafoglio che drena risorse (9% di interessi annuo) e che dovrà essere restituito, aspetto di cui European banking authority e Bce hanno tenuto conto nelle loro simulazioni. Ma secondo Rocca Salimbeni anche su questo punto il comprehensive assessment è stato condotto con modalità “penalizzanti”: “Nello scenario avverso”, si legge nel comunicato, “la Bce non ha considerato gli effetti dell’eventuale mancato rimborso di 750 milioni di euro di aiuti di Stato residui (sul totale di circa 1,1 miliardi) che costituisce una delle possibili misure implicite incluse nel Piano di ristrutturazione”. Insomma: la banca, che in luglio ha reso al Tesoro 3,45 miliardi comprensivi di interessi a titolo di rimborso degli aiuti (Monti bond) ricevuti nel 2013, ricorda che non è ancora del tutto sfumata l’ipotesi estrema che lo Stato possa diventarne socio. Non solo: Francoforte non ha “tenuto conto della trasformazione in corso del modello di business della banca” né “degli effetti migliorativi sulla qualità e sul costo del credito derivanti dalle azioni di cura dei crediti deteriorati previsti dal piano di ristrutturazione”.

E’ probabile che lunedì, alla riapertura dei mercati, il titolo subisca pesanti contraccolpi. Non è il caso di farsi prendere dal panico soprattutto se si è semplicemente correntisti della banca. Non ci sono rischi di fallimento dietro l’angolo e i risparmi sono in ogni caso assicurati per un ammontare fino a 100mila euro. Oltre agli azionisti qualche preoccupazione in più potrebbero averla, in prospettiva, i risparmiatori a cui anni fa fu venduto un bond ibrido (upper tier 2) per un ammontare complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. Un prodotto finanziario abitualmente riservato alla clientela istituzionale ma che in quell’occasione fu venduto interamente al retail e che, in linea teorica, può subire una penalizzazione dei rimborsi in caso di difficoltà finanziarie della banca.

Carige: “Ora almeno 500 milioni di aumento e dismissioni” A finire dietro la lavagna di Mario Draghi è anche banca Carige, dove i nuovi vertici sono già alle prese con un faticoso processo di ristrutturazione dopo la mala gestione dell’era Berneschi: all’istituto genovese viene chiesto un rafforzamento patrimoniale di 814 milioni di euro. Poco fa il consiglio di amministrazione della banca ha deciso all’unanimità di varare un aumento di capitale da almeno mezzo miliardo di euro dopo quello da 800 milioni effettuato la scorsa estate. Nella nota sono poi elencate, tra le altre operazioni che potrebbero essere messe in campo per coprire il fabbisogno, la “dismissione delle attività del gruppo  operanti nel comparto assicurativo, nei settori del private banking e credito al consumo”, oltre a economie di scala da realizzarsi con l’aggregazione delle controllate.

Solo la Grecia ha fatto peggio dell’Italia

Nove italiane tra le 25 banche bocciate sulla base dei bilanci 2013 – Nel complesso l’Italia non ha brillato. Sulle 25 banche europee che hanno evidenziato criticità, nove erano appunto italiane, con un fabbisogno complessivo di capitale a fine 2013 di 9,3 miliardi di euro. In proporzione peggio ha fatto solo la Grecia dove, a fronte di un sistema bancario ben più modesto, sono emerse carenze di capitale di 8,7 miliardi distribuite tra National Bank of Greece, Piraeus ed Eurobank. Quest’ultima è quella più in difficoltà con la necessità di reperire altri 1,7 miliardi oltre alle misure giù varate nel frattempo. Tuttavia è opportuno ricordare come i criteri adottati dalle autorità europee non fossero particolarmente “italian friendly”. L’anno preso a riferimento per la revisione dei bilanci era il 2013, che per l’economia italiana è stato particolarmente recessivo (-1,9%) a fronte delle modeste crescite di Germania e Francia. Il trattamento riservato ai titoli di Stato posseduti dalle banche italiane non è stato particolarmente clemente. Senza addentrarsi in noiose tecnicalità, la questione riguardava la voce dei bilanci “Available for Sale” in cui viene iscritta la maggior parte dei titoli di Stato che una banca possiede (circa l’80%). Si è deciso di valutare questi titoli in base al valore di mercato che avrebbero ipoteticamente raggiunto nelle simulazione dei test, facendo così emergere potenziali perdite, invece che fare riferimento al valore che avrebbero avuto alla loro scadenza (come nei precedenti stress test del 2011). A causa della forte crisi economica degli ultimi anni le banche italiane mostrano poi un livello di sofferenze (ossia crediti concessi che non vengono rimborsati) particolarmente elevato rispetto ad altri Paesi europei: 174 miliardi l’ultimo dato di agosto. Gli istituti italiani registrano però anche un alto grado di “collateralizzazione”, ossia il valore dei beni posti a garanzia dei crediti, per esempio la casa per il mutuo, appare più elevato rispetto a quello degli altri Paesi. Ma questo elemento è poco tenuto in considerazione nei confronti europei.