Il passaggio dalle banche centrali nazionali alla Bce della vigilanza sui maggiori istituti europei (tra cui 13 italiani) ha segnato subito un cambio di passo in direzione del rigore. Se qualcuno si illudeva che gli esami fossero finiti a fine ottobre con la pubblicazione dei risultati degli stress test, ha dovuto ricredersi quasi subito: a metà dicembre la Bce – non appena assunti i nuovi poteri – ha mandato lettere a tutte le banche vigilate “proponendo” una revisione ad hoc dei requisiti minimi di capitale, tenendo conto di tutti i rischi oltre a quelli di credito e di mercato (questi ultimi valutati appunto con gli stress test). Il risultato è che l’asticella si è alzata per molti e non solo per chi – come il Monte dei Paschi – non ha superato l’esame di ottobre ed è costretto a ricapitalizzare per 2,5 miliardi di euro. Nel caso degli istituti italiani – ha scritto il Sole24Ore svelando la mossa della Bce – si passa dal 7% di capitale minimo stabilito per tutte le banche europee a una media del 10,6%, con punte del 14,3% (Montepaschi appunto). La reazione sui mercati alla pubblicazione della notizia è stata immediata e fortemente negativa perché lascia intendere da un lato che il sistema bancario europeo è ancora debole ed esposto alla crisi più di quanto non si pensasse e, dall’altro, che per rafforzarsi patrimonialmente le banche saranno costrette a immobilizzare ulteriori risorse anziché erogare crediti alle imprese e alle famiglie e contribuire per questa via al rilancio dell’economica.

Va anche detto che il problema dei requisiti minimi di capitale non è solo italiano, ma europeo e che ieri infatti i titoli bancari hanno subito forti perdite su tutte le Borse, a partire dal Banco Santander che ha varato un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, affrettandosi poi a dire che la ricapitalizzazione non è stata varata su pressione della Bce. Il fatto è che sul mercato gli operatori si stanno chiedendo quale sarà la prossima banca europea ad aumentare il capitale e molti sono disposti a scommettere che si tratti ancora una volta di una banca spagnola o italiana, o portoghese, ritenute a torto o a ragione più deboli sotto il profilo patrimoniale. Ma non è detto che vada proprio così: “Sta crescendo la pressione su tutte le banche affinché si rafforzino”, scrivono in un report gli analisti di Berenberg Bank sottolineando come anche gli istituto più “blasonati” abbiano un deficit di capitale che nel caso di Deutsche Bank è stimato nell’ordine dei 5 miliardi di euro, mentre per le francesi Bnp Paribas, Société Générale e Credit Agricole il gap sale addirittura a 10 miliardi e per la svizzera Credit Suisse si colloca intorno agli 8 miliardi di euro.

Il problema è che tra aumenti di capitale e pulizie dei bilanci il rischio di una nuova stretta al credito alle imprese, specie a quelle più piccole, è molto forte. Lo denuncia esplicitamente Daniele Vaccarino, presidente di Rete Imprese Italia, secondo cui “dopo oltre sette anni di crisi mondiale, sopportati con enormi sacrifici dal sistema produttivo, la Banca centrale europea non può ulteriormente inasprire i requisiti del capitale degli istituti creditizi senza considerare con attenzione gli impatti che questa operazione avrà sull’economia reale, cioè le imprese e le famiglie. C’è il rischio concreto – aggiunge – di spalancare le porte a una nuova, nefasta, stagione di credit crunch”. Ciò non sembra preoccupare più di tanto Francoforte anche perché tempi e modalità dell’adeguamento ai nuovi requisiti minimi sono tutti da decidere e saranno comunque oggetto di confronto con le banche vigilate.

Quello che arriva chiaro e forte dalla nuova vigilanza è piuttosto un messaggio di rigore sulla gestione degli istituti di credito che si accompagna a un nuovo, enorme potere: quello di poter intervenire direttamente sui vertici delle banche e rimuovere presidenti, amministratori delegati, consiglieri d’amministrazione qualora la loro permanenza in carica “sia di pregiudizio per la sana e prudente gestione della banca”. Questo potere è in capo alla Bce per gli istituti da lei direttamente vigilati e alle banche centrali nazionali per le restanti aziende di credito e si tratta di un’innovazione molto importante anche e soprattutto per l’Italia dove finora la vigilanza bancaria aveva poteri d’intervento molto limitati: dall’arma (spesso spuntata) della moral suasion all’estremo del commissariamento. In mezzo il nulla.

Sarà interessante vedere se e come i nuovi poteri verranno impiegati, ma si tratta appunto – almeno sulla carta – di una svolta positiva che dovrebbe portare a una maggior prevenzione degli scandali bancari e indirettamente favorire una maggiore efficienza del sistema. A fronte di queste evoluzioni occorre notare però l’asimmetria delle regole europee rispetto ad altri settori finanziari altamente strategici come quello assicurativo, cui fa capo il settore della previdenza complementare e per il quale i requisiti patrimoniali stabiliti da Solvency II sono molto più blandi, per non parlare dei poteri della vigilanza. Come ha mostrato anche la vicenda Unipol-Fonsai, in campo assicurativo sembra che si sia rimasti alla vecchia logica dei salvataggi all’italiana che consistono nel nascondere la polvere sotto il tappeto finché si può e poi – quando non si può più – si costruisce un tappeto più grosso. Ma a giudicare dall’asimmetria delle regole sembrerebbe proprio che in Europa la lobby assicurativa sia ben più potente di quella bancaria.