Nove anni di carcere per Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano, imputato nel processo Trattativa Stato – mafia. È questa la prima richiesta di pena formulata dall’accusa in un processo che ha per oggetto il Patto tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra. Mannino, infatti, è l’unico dei dodici imputati dell’inchiesta palermitana che ha scelto di essere processato con il rito abbreviato: stamattina i pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia hanno completato di esporre la requisitoria dell’accusa, formulando la richiesta di pena davanti al gup Marina Petruzzella.

L’ex ministro della Dc è accusato del reato disciplinato dagli articoli 338 e 339 del codice penale, ovvero violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato: il massimo della pena prevista è 15 anni di reclusione, più altri 5 con l’aggravante dell’articolo 7, cioè aver agito favorendo Cosa Nostra. Avendo scelto il rito alternativo, però l’ex esponente della Balena bianca ha diritto ad uno sconto pari ad un terzo della pena massima. Per l’accusa, è Mannino il primo politico che si muove sullo sfondo della Trattativa, creando di fatto le condizioni per portare lo Stato a dialogare con Cosa Nostra: consapevole di essere finito nella black list di politici e magistrati che Totò Riina ha condannato a morte, l’esponente della Dc cerca di attivarsi subito per salvarsi la vita.

“Adesso tocca a me” avrebbe detto Mannino, dopo l’omicidio di Salvo Lima, il 12 marzo del 1992, incontrando Nicola Mancino a Montecitorio: è il prequel della Trattativa, dato che a quel punto il politico siciliano tenta in tutti i modi di trovare un contatto con Cosa Nostra. E inizia ad incontrare ripetutamente Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde e poi condannato per concorso esterno a Cosa Nostra, e Antonio Subranni, al vertice del Ros dei Carabinieri, oggi imputato insieme a lui nel processo Trattativa.

“Mannino – ha detto il procuratore aggiunto Teresi concludendo la requisitoria – dopo la strage di Capaci era nel mirino della mafia. Percio’ comincio’ le sue interlocuzioni col Ros e interferì pesantemente col Dap per dare ai mafiosi quanto si poteva loro dare e per deviare i comportamenti politici e amministrativi delle istituzioni”.

Nelle ultime tre udienze del processo, i pm hanno ripercorso nella requisitoria le varie fasi del quadro probatorio a carico di Mannino: dai contatti del Ros con Vito Ciancimino, alle dichiarazioni di Luciano Violante arrivate con vent’anni di ritardo, fino ai documenti prodotti da Ciancimino Junior. Per i pm, le varie fasi dei contatti tra il Ros di Mario Mori e Giuseppe De Donno con Vito Ciancimino, “rappresentano in pieno il contributo morale e fattuale di Calogero Mannino”.

I Ros avrebbero “agganciato” l’ex sindaco mafioso di Palermo su input di Mannino, terrorizzato per la condanna a morte emessa da Riina. È per questo che inizia la Trattativa: non per fermare le stragi ma per salvare la vita ad alcuni politici” aveva esordito Tartaglia nell’udienza del 4 dicembre scorso. “Oggi – continuava i pm nelle udienze precedenti il generale Mori e il colonnello De Donno parlano di raffinata operazione di polizia giudiziaria a proposito dei colloqui con l’ex sindaco Vito Ciancimino, nel 1992.

Fino a ieri pomeriggio, l’ha ribadito in un’intervista il capitano Ultimo. Ma nel 1998 dicevano ben altro i carabinieri davanti ai giudici di Firenze, parlando esplicitamente di Trattativa”. Il riferimento è per l’udienza del 27 gennaio del 1998, davanti la corte d’assise di Firenze, quando Mori raccontò per la prima volta quei contatti con l’ex sindaco mafioso di Palermo. “Andammo da Ciancimino – disse Mori – e prendemmo il discorso: ormai c’è muro contro muro, ma non si può parlare con questa gente? Lui dice di si, si potrebbe, ci dice che è in condizioni di poterlo fare. Certo io non potevo dire signor Ciancimino mi faccia arrestare Riina e Provenzano. Gli dissi lei non si preoccupi, e lui capì volevamo sviluppare questa trattativa”.

Ad aggravare i rapporti tra il Ros è Ciancimino, è il fascicolo sull’ex sindaco trovato nell’archivio dell’Arma. “Lì non c’è un solo appunto, neanche criptato, sui colloqui fra i carabinieri e Ciancimino. Dall’aprile del 1992 a dicembre non c’è nulla. Poi, all’improvviso, il 18 dicembre, il giorno dell’arresto dell’ex sindaco compaiono degli articoli dei giornali” ha detto Tartaglia, parlando in un aula dell’ala nuova del Palazzo di giustizia di Palermo.

Importantissime, per il pm “le testimonianze che ad un certo punto importanti esponenti istituzionali hanno ritenuto di consegnare all’autorità giudiziaria, vent’anni dopo i fatti”. È la cosiddetta catena della memoria perduta. Primo anello della catena, l’onorevole Luciano Violante, che “poco dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, e dopo tanti anni dai fatti accaduti, parla con la procura, raccontando di essere stato avvicinato da Mario Mori nell’autunno del 1992″. In tutti questi incontri, Mori chiede a Violante, se per caso l’allora presidente della commissione antimafia fosse interessato a “incontrare Vito Ciancimino“. Un racconto, ha sottolineato il pm, che arriva solo 20 anni dopo. “Il dato importante – spiega il pm – è che Mori non comunica quella volontà all’autorità giudiziaria, segno che la sua è un’attività politica non giudiziaria”. Mandante dei carabinieri sarebbe stato proprio Mannino, che nel maggio del 1992 veniva monitorato da Giovanni Brusca. “Feci dei sopralluoghi sia a Palermo che a Sciacca (città d’origine del politico)” ha raccontato il collaboratore di giustizia. Poi Mori e De Donno iniziano a incontrare Ciancimino, a discutere di papello: e la condanna a morte per Mannino viene annullata. “La Trattativa – ha concluso il pm – non solo c’è stata, ma aveva mandanti politici”. Nella prossima udienza toccherà agli avvocati Nino Caleca, Grazia Volo, Carlo Federico Grosso e Marcello Montalbano esporre l’arringa difensiva, mentre sono attese dichiarazioni spontanee dell’ex ministro, che nelle ultime tre udienze ha disertato l’aula.