Il Jobs act non cambia. Che alla sinistra Pd piaccia oppure no. Matteo Renzi, intervistato da Bruno Vespa per il libro “Italiani voltagabbana”, non lascia spazio a trattative e chiude ancora una volta ai critici del partito. “Rispetto se vogliono andare con la sinistra radicale. Ma non mi toglie il sonno. Il sonno me lo tolgono le crisi industriali, i disoccupati, la mancanza di peso nella lotta alla burocrazia, certo non Vendola o Landini“. Il presidente del Consiglio dice di non essere disposto a cedere sul ddl delega sul lavoro approvato in Senato e presto in discussione alla Camera. “Il testo non cambierà”, continua. “Alcuni dei nostri non voteranno la fiducia? Se lo fanno per ragioni identitarie, facciano pure. Se mettono in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere, le cose naturalmente cambiano”.

Renzi: “Io non ho il complesso del nemico a sinistra”

Il ddl delega è stato approvato a Palazzo Madama tra le polemiche di una parte del partito, ma poi approvato a maggioranza durante la direzione Pd. “A differenza del passato, io non ho il complesso del ‘nessun nemico a sinistra’. Non accetto la logica dello spostarci a sinistra anche noi per impedirlo. Se qualcuno dei nostri vuole andare con la sinistra radicale che ha attraversato gli ultimi vent’anni, in nome della purezza delle origini, faccia pure: non mi interessa. E’ un progetto identitario fine a se stesso e certo non destinato a cambiare l’Italia. Lo rispetto, ma non mi toglie il sonno”.

Renzi: “La sinistra che non si trasforma si chiama destra”

Il presidente del Consiglio, sempre intervistato da Vespa, parla poi del rapporto contrastato con Susanna Camusso, leader della Cgil. “Non è una questione di feeling personale, ci mancherebbe. E’ un’idea del paese, della sua modernizzazione, del ruolo di governo e della rappresentanza civile, non un fatto umano o interpersonale. Ma – visto che ci chiamiamo progressisti – io sono per il cambiamento che è nel dna della sinistra. E a casa mia la sinistra che non si trasforma si chiama destra”. Nemmeno la piazza riempita dai sindacati il 25 ottobre scorso contro la riforma del lavoro avrebbe preoccupato il leader democratico: “Quella della Cgil non era la piazza del Pd, ma c’era anche gente del Pd. Se penso di perderla? E’ più facile perdere qualche parlamentare che qualche voto. La modifica dell’articolo 18 preoccupa più qualche dirigente e qualche parlamentare che la nostra base. Se si arrivasse a una scissione, ma non ci si arriverà, la nostra gente sarebbe la prima a chiedere: che state facendo?”.