Una strategia politica per fare ostruzionismo e bloccare l’Aula prima ancora che il governo chieda la fiducia. E se il presidente del Consiglio voleva fare in fretta, i parlamentari hanno cercato di ritardare in tutti i modi i lavori. Nel giorno in cui a Palazzo Madama era in programma il voto sul Jobs Act a mancare sono stati i numeri. Nel corso della mattina, per quattro volte non c’è stato il numero legale. E prima di far partire la seduta si è dovuto aspettare il pomeriggio. A far saltare i piani sono stati M5S e Sel (che hanno chiesto di verificare le presenze in Aula) con l’aiuto di alcuni dissidenti democratici, di scontenti in Ncd e di parte dei senatori di Silvio Berlusconi. Una mossa architettata a tavolino perché in questo caso l’ostruzionismo ha impedito l’inizio dei lavori e quindi il proseguimento della discussione generale sul disegno di legge delega sul lavoro. Se l’ostruzionismo fosse stato fatto nel corso del dibattito il presidente del Senato avrebbe potuto utilizzare la cosiddetta tagliola, interrompendo gli interventi e dando al governo la possibilità di porre la fiducia.

Ecco allora che il Jobs Act si è arenato in Senato nel giorno in cui il premier Matteo Renzi vede le parti sociali e a 24 ore dal Consiglio europeo che si terrà a Milano. Il governo contava infatti di porre la fiducia martedì 7 e incassarla mercoledì 8 ottobre. Intanto è pronto il maxi-emendamento del governo sul testo e Palazzo Chigi attende solo l’ok della Ragioneria generale dello Stato per poi presentarlo. Il partito di Berlusconi studia come comportarsi una volta che sarà posto il voto di fiducia. L’idea circola da alcuni giorni tra i senatori di Forza Italia: non partecipare al voto per dare una mano al presidente del Consiglio e far passare il Jobs act nel caso al Pd ballasse qualche voto. Secondo quanto riporta La Stampa, la strategia arriverebbe direttamente dal leader azzurro Silvio Berlusconi perché “il governo Renzi non può saltare”. Il piano è quello di attaccare a parole l’esecutivo e non partecipare al voto “in segno di protesta” e allo stesso tempo dare una mano al premier. 

I problemi adesso potrebbero essere in casa democratica “Alcuni senatori”, ha detto il deputato Pippo Civati ai microfoni di Radio 24, “per propria iniziativa non parteciperanno al voto. Non so quanti saranno perché non è un complotto il nostro. Abbiamo chiesto mille volte che ci fosse un’occasione per discutere”. Anche se Matteo Renzi ostenta tranquillità: “Non temo agguati”, dice in conferenza stampa dopo l’incontro con i sindacati, “ove ci fossero li affronteremo, ma sono convinto che sia naturale che tutte le senatrici e tutti i senatori del Partito democratico votino la fiducia come è sempre è accaduto”. In Aula l’attacco del senatore democratico Walter Tocci“Il Jobs Act abbassa le tutele e questo non era nel programma elettorale del 2013. Non siamo stati eletti per abbassare le tutele dei lavoratori. Il rottamatore ha attuato i programmi dei rottamati, di destra e di sinistra”.

Chi ha condannato l’esecutivo è il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: “Renzi fa il decisionista ma in realtà semina solo caos politico”, dice. “La plurima mancanza del numero legale al Senato è frutto del congresso permanente che si svolge all’interno del Pd. Renzi decide ma il partito non lo segue. Peraltro vorrebbe frettolosamente mettere la fiducia su una delega, i cui contenuti non sono ancora noti. Una sorta di fiducia sulla persona a scatola chiusa. Adesso ci si scatenerà contro il Senato che non ha accordato il numero legale. Ma voglio sottolineare che molti di noi erano presenti in aula e non hanno concesso il numero legale per una scelta politica, perché una prassi di questa natura è assolutamente inaccettabile”. Una strategia che ha rivendicato anche il senatore di Forza Italia Lucio Malan: “Il fatto di non dare il numero legale è una posizione del gruppo del tutto unitaria e come tale decisa e coordinata dal presidente Paolo Romani. Noi abbiamo deciso di dare un segnale ma c’era condivisione anche in parte della maggioranza visti anche i 23 assenti nel Pd. Si è aggiunto un moderato entusiasmo nei ranghi della maggioranza visto che solo nel Pd c’erano undici assenti ingiustificati e dodici giustificati”. Ha preso posizione anche Giovanni Toti, eurodeputato e consigliere politico di Forza Italia: “Renzi mette fiducia su Jobs Act”, ha detto su Twitter, “per risolvere grane del Pd. Noi non votiamo”.

Proteste anche da Sinistra ecologia e libertà e Movimento 5 stelle che hanno deciso di ritirare gran parte degli emendamenti al Jobs Act. “Da 300-350 circa ne manterremo 40-50″, ha annunciato la capogruppo Sel Loredana De Petris, “quelli fondamentali. Così togliamo ogni alibi al Governo. La fiducia è un gesto arrogante di Renzi e la chiusura anticipata della discussione sarebbe davvero grave. Crediamo che con pochi emendamenti sia possibile fare un confronto e dare un senso dando dei criteri molto precisi alla delega stessa”.