Un partito che dia “piena cittadinanza” ai transfughi di Sel, ma anche a ciò che è rimasto di Scelta Civica. Un contenitore, per dirla con il premier-segretario Matteo Renzi, che un giorno potrebbe addirittura cambiare volto e nome, e arrivare a chiamarsi “Partito della Nazione”. Ecco, in poche parole, la sintesi della mutazione genetica del Pd nell’era del renzismo dilagante. Proprio ieri alla direzione dei democrat, il capo del governo l’ha scandito senza mezzi termini: “Se il Pd pensa di essere il partito della nazione deve avere strumenti elettorali in grado di contenere anche realtà diverse. Spero che per Gennaro Migliore, con l’esperienza di Led, fino ad Andrea Romano e a quella parte di Scelta Civica o Italia Popolare che vuole stare a sinistra, ci sia spazio di piena cittadinanza”.

Ma in politica la mera somma algebrica non vale. “Non è sommando le desinenze che si arriva ad un monocolore”, spiega a ilfattoQuotidiano.it Alessandra Ghisleri, sondaggista autorevole di Euromedia Research, molto vicina a Silvio Berlusconi. E se sommare non basta, quanto vale un’operazione del genere? “Quello che può cambiare è in termini di posizionamento – risponde Antonio Noto di Ipr Marketing -. Quando un partito da una parte aggrega nuovo consensi , dall’altra rischia di perdere il proprio elettorato storicizzato. Quindi, solo il saldo finale dei due flussi potrà farci comprendere il risultato di questa operazione”.

Un’operazione che fra Palazzo Chigi e Largo del Nazareno studiano da settimane. Perché il rischio elezioni anticipate è sempre dietro l’angolo, ed è necessario farsi trovare pronti all’appuntamento, qualunque sia il sistema elettorale con cui si tornerà al voto. Consultellum, Italicum o Renzellum, l’ex sindaco di Firenze punta a sfondare il 40%, convinto che il 51% sia un numero “alla nostra portata”. In un’operazione che porta al partito della “Nazione”, un tempo sognato dai terzopolisti come Pier Ferdinando Casini. Infatti, annota il direttore di Ipr Marketing, “l’elemento di comunicazione, fatto che oggi vedo sottovalutato dai principali media, non è tanto che Renzi abbia chiesto di allargare il fronte a Migliore e Romano, ma quanto il fatto che ha detto che il Pd sia destinato a cambiare nome e si chiamerà partito della Nazione. Un partito della Nazione diventa una sorta di coalizione nel partito che aggregherebbe sì l’ala sinistra di Migliore, ma anche l’ala destra di Angelino Alfano”.

Eppure la strategia di comunicazione passa anche da quello che Alessandra Ghisleri definisce “un modo più friendly di veicolare il suo messaggio politico, come è successo domenica dalla D’Urso”. “Negli ultimi dieci giorni – continua la sondaggista di Euromedia Research – Renzi ha scelto un pubblico diverso (è stato da Del Debbio, da Porro e dalla D’Urso), provando a comunicare con quell’elettorato di centrodestra che si è allontanato alle ultime politiche e alle recenti europee, e cercandolo di interessare alla sua politica. Ad esempio, il bonus bebé di 80 euro, non mi chiedete di quale governo, ma fu uno dei cavalli dei battaglia di Silvio Berlusconi”.

A ciò si aggiunge un altro elemento: ad oggi il primo partito in Italia è quello del non voto, che si aggira tra il 30 e il 35%. Ed è anche a questo contenitore, aggiunge Ghisleri, che si starebbe rivolgendo Matteo Renzi: “Una fetta di elettorato rimasta lontano dalle urne perché alle precedenti consultazioni non aveva trovato un riferimento forte”.

Uno scenario, questo, che potrebbe presentarsi alle prossime elezioni. Con un centrodestra in disfacimento e che perde consensi giorno dopo giorno, il potenziale elettorato moderato potrebbe prendere in considerazione il Pd di Renzi. Spiega Fabrizio Masia di Emg: “Bisognerà capire cosa faranno le forze di opposizioni: quale sarà la tavola programmatica del centrodestra? In che modo si coalizzerà il centrodestra? Può anche succedere, infatti, che il suo elettorato si trovi spaesato, non essendoci una proposta forte, e che quindi possa presentarsi una forte astensione del popolo di centrodestra”.

E non finisce qui. Perché il partito “totale” di Renzi aprirebbe uno spazio anche a sinistra. “Secondo i nostri studi”, conclude sempre Ghisleri, “gran parte dell’elettorato del Pd si pone delle domande su determinate questioni e si riconosce maggiormente sulle posizioni di Sel, Ferrero e Landini che in quelle di Renzi. Stia attento, le ho detto Landini, non il sindacato. Il 25% è il partito che ha votato per Bersani. Il rischio del premier è di perdere una forza propulsiva che gli ha permesso di scalare il partito”. La scissione da parte della sinistra interna è dietro l’angolo?

Twitter: @GiuseppeFalci