La sua vittoria – la quarta, ormai, da quando sul finire del 2005, divenne primo presidente ‘indio’ della Bolivia  – Evo Morales l’ha senza esitare dedicata a Hugo Chávez e Fidel Castro. Ovvero: a quelli che, per molte e molto ovvie ragioni, l’ex dirigente sindacale de ‘los cocaleros’ considera i suoi due principali mentori politici. E tuttavia un fatto è assolutamente certo: sebbene la Bolivia sia, a tutti gli effetti, parte integrante del processo politico che (Chávez dixit) va sotto il nome di ‘socialismo del XXI secolo – anzi, proprio perché la Bolivia è, a tutti gli effetti, parte integrante di questo processo – le ragioni del trionfo elettorale di Evo appaiono molto più interessanti se analizzate, non per affinità, ma ‘per contrasto’. Vale a dire: considerando le abissali differenze dei risultati che, pur in circostanze del tutto analoghe, Bolivia e Venezuela (un paragone con Cuba richiederebbe un ragionamento storicamente molto più complesso) hanno premiato (o punito) le politiche dei due paesi in questi anni di comune ‘rivoluzione’.

Ma partiamo, prima d’ogni paragone, dalle dimensioni quantitative e qualitative della vittoria di Evo. Il presidente in carica ha vinto con un 59,88 per cento di voti, distanziando di quasi 35 punti il più prossimo concorrente. Un trionfo, questo, la cui ampiezza le sole cifre non riescono a definire nella sua effettiva imponenza. Anzi: ci si dovesse fermare ai numeri, la vittoria di Evo potrebbe addirittura, se valutata in termini storici, apparire come un neppur troppo piccolo passo indietro rispetto al 64 per cento che Evo ottenne nel 2009. O, ancor più, rispetto al 67 per cento con il quale, nel 2008, il presidente liquidò il referendum contro di lui indetto dall’opposizione. Per non dire, naturalmente, del roboante 74 per cento che , alla vigilia, lui stesso s’era posto come obiettivo in queste presidenziali. Il punto è che, seppur più contenuto in termini numerici – e seppur lontano dagli obiettivi d’una campagna all’insegna della baldanza – quest’ultimo trionfo di Morales rivela una solidità, o meglio, una omogeneità politico-territoriale fino a non molto tempo fa sconosciuta. Morales ha infatti vinto in otto delle nove regioni che compongono la Bolivia (tutte tranne il Beni), di fatto superando quello che, anche a fronte di vittorie elettoralmente debordanti, era sempre stato il vero tallone d’Achille della sua proposta di governo: la stridente, feroce spaccatura tra le regioni andine – dove il primo presidente indio godeva, per così dire, di maggioranze bulgare – e la cosiddetta “mezza luna’ (Pando, Beni, Tarija e Santa Cruz), vero motore economico del paese.

Ci furono anni nei quali, a dispetto del fatto d’esser stato nazionalmente eletto con più del 60 per cento dei voti, Morales doveva pensarci due volte prima di recarsi in visita a Santa Cruz, nel cuore energetico del paese, dove non solo gli esponenti della vecchia élite bianca, beneficiaria della politica di ‘apartheid’ che l’elezione di Evo aveva spezzato, amavano, con non dissimulato razzismo, chiamarlo il ‘macaco’. Stavolta a Santa Cruz Evo ha stravinto. E proprio questo è quel che le elezioni della scorsa domenica hanno, al di là delle cifre, rivelato. Seppur meno forte di prima nelle regioni che lo avevano plebiscitariamente portato alla presidenza, Morales è riuscito ad unificare, sotto le bandiere del nuovo ‘Stato multinazionale’ definito dalla Costituzione del 2007, un paese che, pericolosamente spaccato in due, andava correndo lungo il filo d’una potenziale guerra civile o d’una secessione. Con la sua vittoria di domenica scorsa, Evo ha davvero – al di là d’ogni cifra – fatto la storia della Bolivia, divenendo, sullo sfondo della più favorevole congiuntura economica di sempre, il più longevo e, probabilmente, il più importante dei presidenti boliviani. Nessuno – non il maresciallo Andrés de Santa Cruz, ‘el gran ciudadano restaurador de la Patria’, che fu presidente tra il 1829 ed il 1839, e non Victor Paz Estensoro, protagonista della rivoluzione del 1952 – aveva prima di lui governato tanto a lungo (e con tanta forza trasformatrice) un paese diventato nel tempo una sorta di emblema d’instabilità politica e di cronica povertà.

Il segreto di questo successo? Nessuno – e qui cominciano i paradossi ed i paragoni – lo ha di recente descritto meglio del Fondo Monetario Internazionale. Sì, proprio quel Fmi, il ‘gran cattivo’, l’immancabile bersaglio dell’immutata retorica antimperialista di Evo, oggi pronto ad indicare il suo più feroce denigratore come ‘modello’. La Bolivia di Morales, ci raccontano gli analisti del perfido Fondo, ha saputo capitalizzare nel migliore dei modi, grazie alla semi-nazionalizzazione delle fonti energetiche operata nel 2006 e ad una molto ortodossa gestione dei nuovi inusitati proventi dell’esportazione del gas, la bonanza economica dell’ultimo decennio. Conti a posto, inflazione e deficit sotto controllo, rigorosa responsabilità fiscale, politiche redistributive di indiscussa efficacia nella lotta alla povertà e, soprattutto, capacità di coinvolgere la classe imprenditoriale, nonostante l’iniziale ed assai brutale ostilità nei suoi confronti, nella gestione del boom.

Lo stesso boom che (mutatis mutandis) ha conosciuto, per quasi un decennio, il Venezuela di Hugo Chávez. Con però – tornando a bomba – risultati diametralmente opposti. Perché? Cercherò di spiegarlo nel mio prossimo post.