Nei suoi anni al duomo di Chieri monsignor Giovanni Carrù, attuale segretario della Pontificia commissione di archeologia sacra del Vaticano, non si è accorto che dalla sua chiesa e dai suoi locali sono spariti molti beni, mentre in altri casi è stato proprio lui a cederli come regali ad amici. Durante i suoi venti anni da parroco in questa città alle porte di Torino molte tele, statue, mobili e altri oggetti sono andati persi e poi ritrovati nelle case di privati. Due candelabri, invece, sono finiti tra gli averi del cardinale Tarcisio Bertone, ex segretario dello Stato vaticano. 

Dopo le segnalazioni di alcuni fedeli i carabinieri del nucleo “Tutela del patrimonio culturale” di Torino, condotti dal capitano Guido Barbieri, e il sostituto procuratore Gabriella Viglione hanno avviato un’indagine complessa che non si è fermata di fronte al tempo e all’omertà degli ambienti curiali. Così quest’estate sono riusciti nel loro intento: recuperare e restituire alla parrocchia alcuni degli oggetti scomparsi e finiti chissà come nelle mani di alcuni privati.  

La denuncia dei parrocchiani. La caccia al tesoro è cominciata due anni fa. Il 30 luglio 2012 alcuni componenti del “Consiglio affari economici” della parrocchia hanno scritto una lettera indirizzata a monsignor Carrù, per conoscenza ai cardinali Tarcisio Bertone, Mauro Piacenza e Gianfranco Ravasi e anche alla Soprintendenza dei beni storici e artistici del Piemonte e al nucleo “Tutela patrimonio culturale” dell’Arma. I fedeli chiedevano un “confronto serio e documentato con il proprio ex parroco atto a favorire il ritrovamento e la restituzione di alcune opere d’arte” scomparse da tre chiese di Chieri, quella di san Filippo Neri, di san Guglielmo e del duomo: tele, sculture, lampadari di cristallo, mobili e altro ancora erano spariti. Tra questi pure un altare ligneo che, a detta degli autori, è stato “donato a monsignore Tarcisio Bertone, lo confermano anche gli artigiani che vi lavorarono”. “Sono passati otto anni e l’immobilità non ha portato alla soluzione, ma anzi ha aggravato il problema”, sottolineavano. 

Otto anni prima monsignor Carrù aveva lasciato la cittadina per andare a Roma, dove è stato sottosegretario della Congregazione per il clero (e dove divenne il destinatario dei soldi dell’imprenditore Raffaele Sollieri, condannato a New York a quattro anni e mezzo di prigione per truffa). I parrocchiani nella missiva citavano uno strano fatto accaduto “a pochi giorni dal trasferimento a Roma” di Carrù: “Vennero riconsegnati alcuni gioielli donati alla Madonna delle Grazie, patrona di Chieri”, oggetti donati dai fedeli e poi spariti. Una parte di questo “malloppo” venne riportato da un familiare del monsignore, mentre altri gioielli furono riconsegnati da un giovane e da una famiglia che li avevano ricevuti in dono dal parroco. 

Un altro episodio menzionato da parrocchiani riguarda la gestione del conto bancario della parrocchia da cui uscirono cifre ragguardevoli prima della partenza di Carrù: nel 2005 il sostituto procuratore Cesare Parodi aprì un’inchiesta e Carrù venne indagato per appropriazione indebita, ma il fascicolo venne archiviato perché – si legge nell’ordinanza del gip Edmondo Pio – il vicario generale della Curia di Torino, monsignor Guido Fiandino, non fece mai una querela e perché Carrù “ha restituito i beni spontaneamente presi al momento del suo trasferimento”. 

I ritrovamenti. Sulla base di questa lettera carabinieri e procura hanno avviato un’indagine complessa. Il motivo? “I fatti sono risalenti”, spiegano diverse fonti. Le sparizioni sarebbero avvenute almeno dieci anni fa e la prescrizione sarebbe già scattata impedendo l’iscrizione nel registro degli indagati dei presunti responsabili delle sparizioni degli oggetti e delle successive compravendite. L’unica attività che si può portare avanti è il recupero dei beni. Quest’estate è stata riportato nel duomo la tela raffigurante l’estasi di santa Teresa d’Avila, un dipinto dell’Ospedale maggiore di Chieri che venne donato dalle suore carmelitane alla parrocchia dopo le richieste di Carrù. Nessuno si accorse della scomparsa dell’opera dalla chiesa fino a quando alcune di queste suore furono invitate a pranzo da un fedele, che voleva ringraziarle per l’assistenza prestata alla madre malata: su una parete della casa dell’uomo le religiose videro quel dipinto e chiesero spiegazioni. Secondo quanto si apprende da fonti investigative l’uomo aveva comprato la tela da un venditore d’arte che a sua volta l’avrebbe ottenuta da un mastro vetraio, Silvio Vigliaturo, autore delle tredici vetrate del duomo di Chieri installate durante la reggenza di Carrù senza l’autorizzazione della curia e della soprintendenza ai beni artistici. Sempre quest’estate i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico hanno riconsegnato alla parrocchia di Chieri quattro dipinti di Enrico Reffo, artista di fine Ottocento. Anche in questo caso la scoperta è stata fortuita: sono state trovate da un prete che era andato a celebrare una cerimonia in una cappella privata di una villa settecentesca appartenente una ricca famiglia della zona. Ma non è finita. 

I candelabri di Bertone. Nei primi giorni di settembre sono tornati nella parrocchia due candelabri che erano finiti a Roma. Erano tra i beni del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano emerito. A permettere il ritrovamento è stata una lettera scritta da monsignor Carrù il 21 giugno 2012 e indirizzata a un suo successore, don Dario Monticone, per rispondere agli interrogativi sollevati da una professoressa che chiedeva conto di alcune sparizioni. In questa lettera, scritta a mano su carta intestata, l’ex rettore del duomo di Chieri ammetteva di aver “donato” alcune opere di cui entrò in possesso quando divenne parroco del duomo di Chieri (da lui retto dal 1985 al 2004), beni ecclesiastici che per legge non possono essere ceduti senza un’autorizzazione della curia e della soprintendenza. Carrù spiegava pure dove erano finiti due candelabri: “Li donai in ‘deposito’ all’arcivescovo emerito di Vercelli quando si trasferì a Roma. Lui li mise nella sua cappellina”. Questo arcivescovo emerito di Vercelli altri non è che il cardinale Bertone. “Ora (nel 2012, ndr) sono nella cappella del segretario di Stato in Vaticano”, cioè sempre Bertone. “Signor parroco, sappia che il cardinale segretario di Stato è in possesso del ‘Certificato di deposito’ firmato dal cardinale per accettazione. Se lei vuole può richiedergli la restituzione”. A pretendere la restituzione però è stata la procura di Torino che quest’estate, dopo aver acquisito una copia del documento, ha inviato una richiesta precisa a Bertone che nei primi giorni di settembre ha inviato i candelabri a Chieri.  

L’archivista estromesso. In tutta questa faccenda però c’è chi paga una colpa non sua. Roberto Toffanello, un parrocchiano che ha deciso di dedicare il suo tempo libero alla cura dell’archivio del duomo, è stato estromesso dopo anni di volontariato. Pare che la sua esclusione sia stata decisa su precise richieste arrivate da Roma alla curia torinese. A febbraio l’archivio è stato chiuso e le serrature sono state cambiate con la scusa di una visita pastorale che non è mai avvenuta. Solo dopo qualche tempo e solo dopo i reclami di alcuni ricercatori e studiosi l’archivio è stato riaperto, ma alla riapertura mancava lo “storico” responsabile dell’archivio, sostituito a un prete esterno. Molti cittadini hanno inviato lettere al “Corriere di Chieri” e raccolto firme a sostegno di Toffanello perché la sua estromissione è sembrata una vendetta contro di lui: nel corso degli ultimi anni l’uomo ha cercato di riottenere i beni del duomo e ha fornito indicazioni ai carabinieri impegnati nell’indagine. Tuttavia qualcuno nelle gerarchie vaticane non gli ha perdonato questi comportamenti e in particolare un gesto: poco prima che Bertone terminasse l’incarico di segretario di Stato, Toffanello gli ha scritto una lettera chiedendogli la restituzione dei candelabri.