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Almeno cento russi in Italia con visti falsi: arrestato l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan

Le indagini della Guardia di Finanza ipotizzano un sistema di rilascio illecito di permessi pluriennali a cittadini di Mosca con documenti contraffatti. Indagati il diplomatico Piergabriele Papadia De Bottini e una sua collaboratrice. Verifiche sull'identità di chi è entrato irregolarmente
Almeno cento russi in Italia con visti falsi: arrestato l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan
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La Farnesina sa i loro nomi, ma nient’altro di loro. E soprattutto non sa perché si trovino nel nostro Paese. Certo, conosce la loro identità formale. Ma ogni sospetto, in uno scenario internazionale come quello attuale, è più che lecito.

La realtà è che almeno un centinaio di cittadini russi – ma potrebbero essere molti di più – sono entrati senza diritto in Italia in appena otto mesi, tra dicembre 2024 e luglio 2025, attraverso visti turistici di 2 o 3 anni basati su documentazione contraffatta o non rispondente ai requisiti derivanti anche dalle restrizioni introdotte dopo l’invasione dell’Ucraina. Il tutto grazie all’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan, Piergabriele Papadia De Bottini, e alla sua collaboratrice russa, Tatiana Tarakanova, ex dipendente Enit (l’agenzia del turismo del governo italiano). Entrambi sono accusati di corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e ieri sono stati arrestati dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Roma. Gli ingressi illegittimi certificati dalla Procura di Roma – indagini coordinate dall’aggiunto Giovanni Conzo – sono 95, ma i controlli sono stati fatti su un campione di 170 visti sui circa 400 rilasciati nello stesso periodo.

I pm non contestano il reato di spionaggio, ma gli investigatori ad oggi non sono in grado di escludere che qualcuno di loro abbia svolto nel frattempo attività informative verso Mosca. Insomma, le indagini sono in evoluzione. L’ambasciatore Papadia, secondo gli inquirenti, riceveva i nomi da autorizzare per l’ingresso in Italia via Telegram da tre agenzie di viaggio moscovite, che però non sembra avessero collegamenti con il Cremlino. Una di queste, la Visa Concord Travel, “ricorrente in numerose pratiche” – si legge negli atti – è collegata ad almeno tre società con sede legale a Mosca e domicilio fiscale allo stesso numero civico di via Leopardi a Milano.

Le indagini sono partite da una segnalazione dell’Ispettorato Generale del Ministero degli Esteri e da un’ispezione, avvenuta a luglio 2025 presso l’Ambasciata italiana a Tashkent. L’Unione europea, infatti, a settembre 2022, invitava gli stati membri “a non accettare le domande di visto presentate da cittadini russi in Paesi terzi“, specie se non vi fossero residenti. Eppure i numeri provenienti dall’Uzbekistan erano davvero fuori scala. E così sono saltati fuori i documenti falsi. “Le ricevute – si legge negli atti – sono risultate artefatte sulla base di una fotocopia presumibilmente autentica su cui sono stati inseriti, mediante un programma di editing grafico, dati identificativi del richiedente”. Spesso, poi, proprio per aggirare le direttive europee, “sono stati rilasciati visti pluriennali ad entrate multiple a richiedenti che avevano utilizzato in precedenza solo visti brevi, spesso di pochi giorni”. Le segnalazioni dei russi da vistare secondo gli investigatori arrivavano attraverso due canali “fuori lista”: direttamente a Papadia su Telegram oppure “tramite nota verbale”.

Papadia, a Tashkent, aveva letteralmente commissariato l’ufficio visti. E aveva, secondo gli inquirenti “esautorato tutte le figure di controllo intermedio presenti (…) accentrando il settore dei visti nelle sue mani avvalendosi unicamente della collaborazione di Tatiana Takaranova e di tre soggetti uzbeki interinali, da lui scelti e assunti con contratto a termine”. A incastrare l’ex ambasciatore un audio, realizzato da un funzionario italiano, in cui quest’ultimo lo istiga a confessare: “Mi dica perché l’ha fatto? (…) Voglio sapere se c’è un motivo”, gli urla contro, con Papadia che risponde: “Non sono un agente russo“, scherza lui. “L’ha fatto per soldi? E allora io voglio una parte, voglio una parte perché pago come lei”. Papadia a quel punto ammette: “Sì, è quello il motivo (…) ti do quello che vuoi… quello che vuoi te lo do (…) in ogni caso la scuola dei tuoi figli sarà pagata per sempre“.

Chi indaga non ha ancora ricostruito il presunto tariffario: l’ipotesi è che l’ex ambasciatore ricevesse anche 16 mila euro per ogni pratica. Una volta scoperto, il diplomatico ha cercato di riparare a Mosca. L’11 novembre 2025 aveva addirittura interrogato il programma di intelligenza artificiale ChatGpt, in cerca di istruzioni per “chiedere asilo politico in Russia”. L’ambasciatore, interrogato dai pm il 5 febbraio scorso, ha respinto le accuse, specie quelle di corruzione. Ora le indagini della Procura di Roma proseguiranno, nel tentativo di capire se queste azioni hanno avuto conseguenze sulla sicurezza dell’Italia. E su chi sono davvero questi (almeno) 95 russi che hanno fatto “carte false” per entrare in Italia.

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