Una intera vita imprenditoriale sotto la lente. La Procura di Genova però – come scriveva già il 20 settembre il Fatto Quotidiano – stanno incasellando tassello dopo tassello il percorso che ha portato la Chil Post srl a fallire e Tiziano Renzi, padre del premier, a essere iscritto nel registro degli indagati per bancarotta fraudolenta. Intanto il magazine Panorama negli affari di Renzi senior ha già messo il naso e scrive che “elle dieci società fondate, possedute o amministrate da Tiziano Renzi a partire dal 1985, tre hanno subito condanne da parte dei vari tribunali”.  Una è naturalmente la Chil Post. 

Secondo Panorama i primi guai per il babbo di del presidente del Consiglio iniziano a fine anni ’90. La Speedy, creata nel luglio 1984 e poi liquidata nel 2005, viene multata dall’Inps il 25 maggio 1998 dall’Inps per 995mila lire. Multa ben più salata per la Chil, quasi 35 milioni di euro, perché secondo l’Istituto di previdenza non sono stati pagati i contributi agli strilloni, ovvero i lavoratori che distribuivano i giornali per le due imprese. Panorama racconta che alle due società, la Speedy “rappresentata dal liquidatore Tiziano Renzi”, e la Chil “nella persona dell’amministratore Laura Bovoli”, viene respinto il ricorso. In appello la condanna viene confermata e la Cassazione ritiene inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che gli strilloni erano di fatto collaboratori e continuativi, e non autonomi, e che di conseguenza i contributi dovevano essere pagate dalle imprese. 

Anche a Genova la Chil incappa in problemi simili. “Con la condanna da parte del Tribunale di Genova per due diverse cause da parte da ex strilloni” sostiene il magazine. Lo scorso agosto la Chil ha perso anche una causa di lavoro nei confronti di un dipendente della sua società che aveva, secondo il giudice del lavoro, lavorato in nero. La società era stata condannata a risarcire il dipendente con 90mila euro: il giudice aveva riconosciuto lo status di dipendente dal 2006 al 2012. Il lavoratore si occupava di distribuzione dei giornali porta a porta, lavorando tutti i giorni da mezzanotte in poi. La sentenza, in questo caso, non è definitiva. C’è poi la società Arturo srl, nata nel 2003 e in liquidazione dall’aprile 2008. 

C’è poi – come ha scritto il Fatto Quotidiano – la Mail Service srl, una società di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita. Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario con debiti per 1 milione 150 mila euro. La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perché sembra attuare uno schema poi ripetuto.

La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 49 mila 568 euro. Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006. Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano. Che è indagato nell’inchiesta genovese per bancarotta.

Aggiornamento dell’1 agosto 2016 – In data 30 luglio 2016 l’inchiesta per bancarotta a carico di Tiziano Renzi, nell’ambito del fallimento della Chil Post, è stata archiviata. Nelle motivazioni del gip del tribunale di Genova Roberta Bossi si legge che Renzi padre “non operò come socio occulto dopo la cessione del ramo d’azienda della Chil Post”. La bancarotta “fu determinata da altri” e “la cessione del ramo d’azienda non ha determinato la diminuzione del patrimonio ai danni dei creditori”.