Gas lacrimogeni lanciati contro la folla e due giornalisti, del Washington Post e dell’Huffington Post, arrestati. Crescono a Ferguson, Missouri, la rabbia e la tensione dopo la morte, sabato 9 agosto, di Michael Brown, un giovane nero disarmato ucciso a colpi di pistola in mezzo alla strada da un agente. Le proteste continuano ormai da più di cinque notti, alimentate dal rifiuto della polizia di rendere pubblico il nome dell’agente e fornire ulteriori dettagli sulle circostanze della morte di Michael. Ferguson è una città sotto assedio, dicono i testimoni, con i poliziotti in tenuta antisommossa, mezzi pesanti per le strade, proiettili di gomma usati per tenere lontano i dimostranti e interi quartieri chiusi alla libera circolazione. 

I giornalisti arrestati, e rilasciati qualche ora dopo senza alcun commento o spiegazione, si chiamano Wesley Lowery e Ryan Reilly. I due si trovavano, come molti altri rappresentati dei media, in un McDonald’s locale quando sono stati portati via. Sembra che la ragione del loro arresto sia il fatto che stavano registrando le mosse dei poliziotti con i cellulari; elemento che però non costituirebbe reato. Particolarmente dettagliato il racconto che Lowery, il cronista del Washington Post, ha fatto dell’arresto. Gli agenti prima gli avrebbero chiesto di identificarsi, all’interno del McDonald’s, senza apparente ragione. Lowery ha usato la videocamera del cellulare e a quel punto gli è stato chiesto di uscire ma gli sono state date indicazioni contrastanti sulla porta da utilizzare. Così lui ha esitato, e gli agenti lo hanno prelevato, sbattuto a forza contro un distributore di bibite e arrestato. Stessa sorte per il collega Reilly. 

“Il comportamento della polizia è stato del tutto arbitrario: un vero attacco alla libertà di stampa”, ha detto il direttore del Washington Post, Martin Baron. Il fatto è che da domenica 10 agosto, quando sono scoppiate le prime proteste e incidenti – con un distributore di benzina incendiato, saccheggi ad alcuni supermercati e macchine della polizia danneggiate – sono diverse decine le persone arrestate e identificate. Ma la gente non lascia le strade, continua a lanciare sassi agli agenti che occupano la città che appare militarizzata e come sotto coprifuoco. Ferguson, un centro della cintura operaia di St. Louis, è per il 70% abitato da afro-americani, ma praticamente tutte le cariche cittadine, compresi i vertici e il personale di polizia, sono bianchi. 

Per raffreddare le tensioni in molti sono intervenuti. “Non vogliamo violenza, perché andrebbe contro la volontà di Michael”, ha detto Lesley McSpadden, la madre del ragazzo ucciso. “Trasformate la vostra rabbia in azione”, ha chiesto agli abitanti di Ferguson Cornel William Brooks, presidente della Naacp, l’associazione che difende i diritti degli afroamericani. Brooks ha aggiunto: “Martin Luther King non è vissuto e morto perché voi possiate rubare e bruciare il vostro quartiere nel bel mezzo della notte”. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente Barack Obama, che ha definito la morte di Michael Brown “straziante” ma ha anche chiesto alla gente di Ferguson e del Missouri di “ricordare questo giovane uomo attraverso la riflessione e la comprensione”.

Proprio la “comprensione” di quanto accaduto resta, a quasi una settimana dai fatti, piuttosto sfocata. Secondo quanto riportato da Derek Wallbank, giornalista di Bloomberg news, il deputato William Lacy Clay sostiene di aver parlato con il governatore del Missouri, Jay Nixon, il quale gli ha anticipato che rimuoverà la polizia della contea di St. Louis dalla gestione delle indagini. Il deputato aggiunge che “Nixon potrebbe chiedere l’intervento dell’Fbi”. Una prima versione, resa pubblica dalla polizia, spiegava che tra l’agente e Michael Brown ci sarebbe stata una colluttazione, all’interno del veicolo di polizia, con almeno un colpo sparato. La promessa di aggiungere nuovi dettagli, martedì 12 agosto, è finita nel nulla. Non sono state nemmeno rese pubbliche le generalità dell’agente coinvolto, “per evitare minacce di morte”, dicono i vertici di polizia. La mancanza di informazione su quanto successo sembra aver ulteriormente alimentato le proteste; anche perché alcuni resoconti dei testimoni vanno in senso diametralmente opposto alla versione ufficiale. Dorian Johnson, il ragazzo che era con Michael al momento della sparatoria, dice che un agente gli si è avvicinato e ha chiesto di camminare sul marciapiede, e non ai bordi della strada. Quando Dorian e Michael non si sono fermati, l’agente li avrebbe seguiti e sarebbe uscito dal veicolo. Avrebbe sparato un primo colpo, quindi, di fronte alla fuga dei due, colpendo Michael. Una volta avvicinatosi al ragazzo, ormai a terra, avrebbe sparato altri colpi in pieno petto.

Larghi settori della comunità nera di Ferguson parlano apertamente di “un’esecuzione”. “La gente è stanca. Viviamo in uno stato di emergenza”, ha detto una cittadina, Ruth Latchison Nichol. Le tensioni tra polizia e abitanti precedono del resto la morte di Michael Brown. Un rapporto del Consulente giuridico del Missouri ha rilevato che un nero di Ferguson ha il 50% di possibilità in più di venir fermato in macchina, dalla polizia, rispetto a un concittadino bianco. Le accuse di razzismo e discriminazione sono così cresciute che la contea di St.Louis ha dovuto rivolgersi a ricercatori della University of California per stabilire protocolli di comportamento per gli agenti. La contea, del resto, è prevalentemente bianca, e soltanto negli ultimi anni Ferguson ha visto crescere una forte comunità nera che è come un’enclave in un’area che resta bianca. Le istituzioni, a Ferguson, non sono cambiate alla stessa velocità. Se due abitanti su tre sono neri, restano bianco il sindaco, il capo della polizia e gran parte dei membri del comune. Dei 53 agenti di polizia, soltanto tre sono afro-americani.