Un gigantesco fallimento dei servizi di intelligence americani. È questo il dubbio, secondo alcuni la certezza, che si diffonde in queste ore nelle stanze del potere a Washington. Gli Stati Uniti, le sue spie, i suoi militari, i suoi politici, non sarebbero stati capaci di valutare la minaccia effettiva portata dall’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’accusa è stata rilanciata, nelle scorse ore, dal conservatore The Wall Street Journal, ma anche altri media di solito più benevoli nei confronti dell’amministrazione democratica cominciano a esprimere i primi dubbi e distinguo. 

Obama: “Avanzata Isis più veloce di quanto i nostri servizi prevedevano””
“Abbiamo sottostimato forza, coesione e leadership dell’Isis”, ha detto il generale Michael Flynn prima di abbandonare la guida della Defense Intelligence Agency (DIA). “L’avanzata dell’Isis è stata più veloce di quanto i nostri servizi e i politici Usa prevedevano”; ha ammesso Barack Obama qualche ora dopo. La ‘svista’ – centinaia di militanti che si impadroniscono di alcune delle più importanti città irachene, e molte aree in terra siriana, sino a essere pronti a formare un califfato islamico – appare tanto più clamorosa se si considera che almeno dal 2001 il terrorismo islamico è al centro delle preoccupazioni della politica Usa, e che in Iraq gli Stati Uniti ci sono rimasti per otto lunghi anni. Qui è stata costruita la più grande ambasciata Usa al mondo, con oltre duemila funzionari; qui, a Baghdad e dintorni, ci sono almeno 25 mila contractors americani che lavorano in tutti i settori, da quello militare al sanitario all’estrazione del petrolio. Oltre confine, in Siria, è in corso da tre anni una guerra civile che tiene impegnati i servizi e i politici di mezzo mondo. 

Prima della presa di Mosul i servizi dubitavano che l’Isis ne avrebbe avuto la forza
Tutti questi fattori avrebbero dovuto/potuto spingere all’adozione delle necessarie contromisure da parte della prima potenza al mondo. Invece nulla. Nei giorni immediatamente precedenti la presa da parte dell’Isis di Mosul, la seconda città irachena, i funzionari dell’intelligence americana si trovavano ancora a discutere se il gruppo islamista ne avrebbe avuto la forza. Dopo la caduta della città, l’ammiraglio John Kirby, portavoce del Pentagono, spiegava che “a questo punto fissiamo la nostra attenzione su Mosul, ma ciò non cambia i nostri calcoli”. Ancora nei giorni successivi alla presa di Mosul, il 10 giugno, con le truppe islamiste che procedevano verso Sud mostrando una straordinaria efficacia e una capacità di penetrazione praticamente infallibile, le autorità d’intelligence americana discutevano se l’Isis “sarebbe stato capace di mantenere la presa di Mosul”, (lo ha dichiarato al Wall Street Journal un funzionario, rimasto anonimo, della Defence Intelligence Agency). 

In documento di Al Qaeda le azioni di Isis definite “troppo radicali”
Eppure le autorità americane avrebbero avuto nel passato diverse occasioni per tracciare la “minaccia Isis”. Un documento di 21 pagine trovato nel rifugio pakistano dove Osama bin Laden fu ucciso, redatto con ogni probabilità da un suo collaboratore e di cui ha parlato nelle scorse ore l’inglese Daily Mail, dettaglia sulle atrocità dell’Isis – uso di armi chimiche, bombardamento delle moschee, massacri di cristiani – e conclude che le sue azioni erano “troppo radicali” e tali da gettare discredito sulla stessa al Qaeda all’interno del mondo musulmano. Alle autorità Usa era poi già chiaro, a fine 2013, che l’Isis stava cercando di montare una campagna per la conquista di vaste aree in Iraq. La cosa era chiara perché Cia e Dia erano al corrente di incontri tra militanti dell’Isis e i vertici dell’Armata di Naqshbandia, guidata da un ex-collaboratore di Saddam Hussein, Izzat Ibrahim al-Douri, in questo momento presumibilmente in Siria. Proprio la connessione siriana illumina in modo ancor più netto il fallimento dell’intelligence Usa. Mentre l’Isid stringeva alleanze in Siria, e rafforzava il suo controllo di vaste aree del territorio siriano attorno a Deir al Zour, i funzionari dell’intelligence Usa andavano al Congresso e spiegavano a deputati e senatori che la minaccia principale nel paese di Assad veniva dalla riorganizzazione di al Qaeda. 

Dalla Libia all’Afghanistan gli svarioni dell’intelligence Usa
“La raccolta dei dati è un compito difficile”, si è giustificato Jeff Anchukaitis, portavoce del direttore della National Intelligence. “Gli analisti devono fare le loro previsioni sulla base delle percezioni di comando, controllo, capacità di leadership, esperienza e disciplina di combattimento”. Per molti, proprio questa capacità di previsione è qui tragicamente fallita, e aggiunto il “fallimento Isis” ad altri clamorosi svarioni dell”intelligence Usa: in Egitto, Mali, Libia, Kenya, Ucraina, Afghanistan. Tra le possibili cause di questi risultati così scadenti c’è probabilmente il fatto che le agenzie di intelligence Usa, a partire dallo scoppio della cosiddetta “Global War on Terrorism”, sono state coperte di finanziamenti e lasciate praticamente libere di agire, al di fuori di ogni controllo (il caso della Nsa e dei poteri di intercettazione denunciati da Edward Snowden ne è solo un esempio). Un’altra causa, più politica e profonda, l’ha proposta Michael Brenner, analista del Center for Transatlantic Relations. L’eccezionalismo americano, la fede nell’indispensabile capacità di leadership americana, condivisa da George W. Bush e Barack Obama, hanno coperto “l’inesperienza, l’incapacità di valutare gli aspetti interni dei Paesi esteri, l’incompetenza di molti che hanno usato la minaccia terroristica soltanto come strumento di ambizioni personali”.