Dopo giorni di attesa l’Oms ha deciso. La diffusione del virus Ebola “in Africa occidentale è un’emergenza di salute pubblica di interesse internazionale”. L’annuncio è stato dato durante una conferenza stampa a Ginevra dal comitato di emergenza istituito dall’agenzia Onu. Ma la dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della sanità ha provocato la dura reazione di Medici senza frontiere che da diversi giorni lanciava l’allarme sull’incontrollabilità del virus. E oggi arriva l’affondo dell’organizzazione che offre assistenza sanitaria in ogni parte del mondo. 

Msf: “Le vite perse dovute alla lentezza della risposta”. “Le dichiarazioni non salveranno delle vite – dice il dottor Bart Janssens, direttore delle operazioni di Msf – Per settimane abbiamo ribadito la disperata necessità di una massiccia risposta medica, epidemiologica e di salute pubblica. Le vite che vengono perse sono dovute alla lentezza della risposta”. E il numero di vite perse si avvicina sempre di più a quota mille; secondo le ultime stime dell’Oms, aggiornate al 6 agosto, le vittime sono 961 e i casi 1779 casi. Non si sono registrati nuovi casi in Guinea, mentre aumenta il conto in NigeriaL’impatto della dichiarazione dell’Oms non è al momento chiaro; un simile annuncio riguardante la polio non sembra infatti avere rallentato la diffusione del virus per ora. È d’accordo con Janssens anche il dottor David Heymann, che guidò la risposta dell’Oms alla Sars. “Non so quale vantaggio possa esserci nel dichiarare un’emergenza internazionale”, ha detto il dottor Heymann, che ora è professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. “Potrebbero arrivare maggiori aiuti dai Paesi stranieri, ma ancora non si sa con certezza”. 

Lo stato più colpito rimane al momento la Sierra Leone, dove sono stati chiusi i cinema e gli stadi e ci sono forti limitazioni alla circolazione, con 717 casi e 298 morti. In Nigeria invece, dove il virus è stato portato da un cittadino liberiano, i casi sono saliti a 13, con due morti. Il presidente Goodluck Jonathan ha decretato lo stato d’emergenza. Buone notizie invece dalla Guinea, il paese dove è iniziata l’epidemia, che non ha registrato nessun nuovo caso nei due giorni considerati anche se si sono verificati quattro morti.

L’Oms: “Evento staordinario che può costituire un rischio per la salute pubblica”. Il comitato di emergenza si era riunito durante gli ultimi due giorni proprio per discutere se dichiarare l’epidemia della malattia un’emergenza di interesse internazionaleDefinire la diffusione del virus un “emergenza sanitaria di portata internazionale”, continua l’Oms, significa avere a che fare con un evento straordinario che può costituire un rischio per la salute pubblica in diversi stati attraverso la diffusione internazionale della malattia. Un’epidemia che “potrebbe richiedere una risposta internazionale coordinata”, aggiunge Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità. “Tutti i paesi – ha spiegato Keiji Fukuda, vice direttore generale – devono essere pronti ad accogliere potenziali casi”. 

Un’epidemia che non riguarda solo gli stati contagiati. In altre parole, spiega l’Oms, “l’evento è grave, insolito o inaspettato“, e le sue implicazioni per la salute pubblica “vanno al di là delle frontiere nazionali dello Stato interessato”. Per determinare un’emergenza internazionale, il direttore generale Chan ha dovuto convocare una commissione di esperti, il comitato di emergenza, che fornisce consulenza sulle misure temporanee da raccomandare agli stati coinvolti per prevenire o ridurre la diffusione internazionale della malattia. Fra gli esperti del comitato di emergenza, ne viene nominato almeno uno per ogni paese nel cui territorio si è sviluppata l’epidemia. Emergenze simili sono state dichiarate prima solo per la pandemia dell’influenza suina del 2009 e per la polio a maggio. L’Oms ha inoltre convocato un comitato di esperti questa settimana per valutare la gravità dell’epidemia iniziata a marzo in Guinea e diffusa in Sierra Leone e Liberia. Il tasso di mortalità è di circa il 50%.

“Serve sforzo internazionale: l’Africa non può farcela da sola”. L’epidemia di Ebola in corso in Africa Occidentale è “la peggiore che si sia avuta in almeno 40 anni”, continua il direttore generale dell’Oms Margaret Chan, ribadendo la necessità di “uno sforzo coordinato per fermare la diffusione del virus”, proprio perché i paesi colpiti finora non hanno la capacità di gestire un focolaio di queste dimensioni e complessità. “Per questo – ha spiegato – esorto la comunità internazionale a fornire un aiuto il più urgente possibile”. La diffusione del virus infatti è tanto più facile quanto le condizioni igieniche e sanitarie sono deboli, come capita nei paesi africani più colpiti. Secondo quando sostenuto da Chan la diffusione dell’ebola fa capire quanto siano importanti sistemi sanitari adeguati e solidi. Secondo gli esperti “le possibili conseguenze di un’ulteriore diffusione a livello sono particolarmente serie“, continua il capo dell’Oms, anche se “non sono necessarie restrizioni ai viaggi per evitare i contagi”, fermo restando che “i paesi dove l’epidemia è presente devono fare test a tutti i passeggeri di porti e aeroporti in uscita”.

Attesa lunedì una riunione sui farmaci sperimentali. “Rispetto al siero sperimentale usato con buoni risultati sui due medici missionari americani, il Comitato di emergenza spiega che “è disponibile solo in quantità estremamente limitata”. Proprio in questi giorni diversi scienziati, tra cui lo scopritore del virus, hanno fatto un appello sul fatto che gli operatori sanitari dovrebbero essere protetti con vaccini e terapie sperimentali, essendo la categoria più a rischio. Proprio una riunione speciale dell’Organizzazione mondiale della sanità sui farmaci non approvati contro l’Ebola si terrà lunedì. L’obiettivo, ha spiegato Keiji Fukuda, “è mettere a punto un quadro di riferimento e possibilmente delle indicazioni”. Il problema dei medicinali non autorizzati contro l’Ebola, che finora non ha una cura, è che “oltre a non essere approvati, sono disponibili in piccole quantità”. Durante la conferenza è stato ricordato che i paesi interessati dall’epidemia di Ebola – Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone – hanno riportato 1.711 contagiati, di cui 932 morti.

Tolte le restrizioni da parte della Federal Drug administration. Intanto la Federal Drug Administration, secondo la compagnia canadese Tekmira che sta sviluppando il trattamento insieme al dipartimento della Difesa statunitense, ha cambiato lo status di un farmaco sperimentale, una mossa che potrebbe permetterne l’uso sull’uomo. La sperimentazione del farmaco, diverso dal siero usato per i due pazienti americani attualmente in cura ad Atlanta, era stata fermata dall’agenzia statunitense, che però ha deciso di rimuovere parzialmente il blocco. “Siamo contenti che l’Fda abbia considerato il rapporto costi-benefici per i pazienti infetti – scrive la compagnia in un comunicato -. Questa epidemia sottolinea la necessità di agenti terapeutici per trattare il virus Ebola. Riconosciamo l’urgenza della situazione, e stiamo valutando attentamente le opzioni per l’uso della nostra terapia all’interno di protocolli accettati clinici e regolatori”. Il farmaco, sviluppato all’interno di un progetto da 140 milioni di dollari, sfrutta la tecnica dell’’interferenza a Rna, con dei piccoli frammenti di materiale genetico simile a quello del virus che entrano nelle cellule trasportati da nanoparticelle evitandone la replicazione. 

Le cinque raccomandazioni per i paesi non colpiti. Nessuna restrizione ai viaggi, ma massima allerta per la possibilità che una persona contagiata arrivi in altri paesi, soprattutto per via aerea. Sono queste due delle cinque raccomandazioni dell’Oms ai paesi dove il virus ancora non è presente. Il primo punto delle raccomandazioni afferma che “non sono necessarie restrizioni ai viaggi” e invita le compagnie aeree a non fermare i voli per i paesi colpiti “per non mettere in ginocchio le loro economie”. Inoltre l’Oms raccomanda di “avvertire tutti i viaggiatori diretti nei paesi a rischio dei pericoli e delle misure da prendere”. Il terzo punto afferma che “gli Stati devono essere pronti a identificare e trattare casi di Ebola nei propri paesi”, e questo comprende “l’organizzazione del trattamento di passeggeri provenienti dalle aree a rischio che arrivino in aeroporti o altri punti di accesso con sintomi febbrili sospetti”. Inoltre “la popolazione deve essere avvertita con informazioni accurate e rilevanti sui rischi” del virus, e infine “gli Stati devono elaborare dei piani di evacuazione e rimpatrio di connazionali, ad esempio operatori sanitari, esposti al rischi”.

L’Ue rassicura: “Basso rischio per l’Europa”. “Voglio rassicurare i cittadini che il rischio di virus Ebola nei territori dell’Unione è estremamente basso”. Parola del commissario europeo alla Salute, Tonio BorgIl rischio è basso perché, spiega, “poche persone dirette nell’Unione potrebbero esser state esposte al virus e perché Ebola si diffonde solo attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei dei malati”, afferma Borg, che aggiunge: “Nel remoto caso che Ebola arrivasse, siamo preparati a fronteggiare il virus”.

Microbiologi, “nessun pericolo per l’Italia, ma non abbassiamo la guardia”. “L’Italia non corre rischi concreti di diffusione del virus sul territorio nazionale, sia per i ridotti scambi esistenti con i tre paesi africani colpiti, sia perché i tempi di incubazione dell’infezione, che sono al massimo di 21 giorni, sono inferiori a quelli di avvicinamento e traversata verso le coste italiane da parte degli immigrati provenienti dal Centro Africa”. A dirlo è Maria Capobianchi, direttore del Laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale malattie infettive e componente del consiglio direttivo Amcli (Associazione italiana microbiologi clinici). Ma “anche se il rischio è remoto, non bisogna abbassare la guardia”, continua Capobianchi, lanciando un appello affinché “si aiutino le autorità locali a debellare il sospetto con cui queste epidemie sono vissute dalle popolazioni locali, contribuendo a monitorare attentamente l’evoluzione dell’infezione”.

Usa, evacuati familiari ambasciata in Liberia. Il dipartimento di Stato americano sta ordinando a tutti i familiari dei diplomatici statunitensi di lasciare l’ambasciata Usa a Monrovia a causa della epidemia di Ebola che ha colpito anche la Liberia. In una dichiarazioni di questa notte, il dipartimento ammette un’abbondanza di cautela ma preferisce evacuare anche i non addetti ai lavori nell’ambasciata. Già giovedì, i Centri per il controllo delle malattie (Cdc) americani avevano alzato il livello di allerta, la prima volta dalla pandemia di influenza suina nel 2009. Il livello 1 di risposta, il più alto, comporta che un maggior numero di operatori e di risorse saranno dedicate a contrastare la malattia.