Se Matteo Renzi fosse un calciatore sarebbe Zlatan Ibrahimovic. L’attaccante svedese del Paris Saint Germain che nella sua carriera è sempre stato un fenomeno in campionato, ma modesto in Champions League. Così il premier, capocannoniere della Serie A della politica italiana, arranca nella competizione europea. Il flop sulla nomina di Federica Mogherini è l’ultimo rigore sbagliato: magari davvero al vertice del 30 agosto la ministra passerà dalla Farnesina alla poltrona di Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, ma intanto tutto è bloccato.

Il partito socialista europeo era compatto per la Mogherini, Angela Merkel aveva detto sì, ma il fronte dei Paesi dell’Est ha spinto il nuovo presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ad auspicare la nomina di una figura “di esperienza”, quindi non Mogherini. “Rassicurando il collega russo Sergei Lavorov sul sostegno italiano al gasdotto guidato da Gazprom, Mogherini ha scatenato la reazione dei Paesi dell’Europa orientale”, scrive Nicolò Sartori dell’Istituto Affari internazionali. I Paesi dell’Est dipendono dalle importazioni di gas dalla Russia molto più di quanto la Russia dipenda dalle esportazioni verso di loro. La sfortuna ha voluto che si discutesse del caso Mogherini a Bruxelles la stessa notte in cui l’Ue approvava un pacchetto di sanzioni contro la Russia imbarazzanti se confrontate con quelle decise dagli Usa, molto meno coinvolti nella crisi ucraina ma più duri con Vladimir Putin. Nominare la Mogherini avrebbe significato dare il messaggio che l’Europa non aveva alcuna vera intenzione di sfidare l’autocrate russo, Paesi come la Polonia, la Lettonia o l’Estonia l’avrebbero vissuto come un’umiliazione.

Renzi è inesperto, ma non sprovveduto: ha chiaro il quadro, ma si rifiuta di avere un piano B. Non applica la pratica europea di candidare Tizio così da ottenere la nomina di Caio (Martin Schulz: si è candidato alla Commissione per essere riconfermato al Parlamento, Juncker era in corsa per la Commissione ma puntava al Consiglio ecc). Renzi ha detto Mogherini e Mogherini sarà, oppure disfatta. L’ultimo leader così intransigente è stato il britannico David Cameron: ha messo il veto sulla nomina di Juncker e gli altri 26 Paesi lo hanno messo in schiacciante minoranza, solo l’Ungheria di Viktor Orban lo ha sostenuto.

Con Bruxelles ben che vada Renzi riesce a chiudere le partite zero a zero. Al suo debutto, a marzo, non si prende con il presidente uscente della Commissione Josè Barroso: appena arrivato al potere, l’ex sindaco di Firenze già suggerisce di rivedere le regole del rigore, magari anche il 3 per cento di limite al rapporto deficit-Pil. Poco elegante contestare il regolamento del condominio alla prima assemblea. Poi la battaglia sulla “flessibilità”: Renzi, che impara in fretta, riesce a presentare il documento conclusivo del Consiglio europeo di giugno come un trionfo italiano. Flessibilità nei conti in cambio di riforme.

Ma i risultati concreti non ci sono: dalla Germania ministri e Bundesbank, la banca centrale, ricordano che le regole si rispettano e non si violano. Nel suo discorso programmatico, due giorni fa, Juncker sceglie la posizione tedesca, non quella italiana: i trattati già consentono flessibilità che si può usare rispettando le regole (l’Italia non ci riesce perché non ha mantenuto le promesse sul taglio del debito e quindi non può usare la “clausola degli investimenti” da 5-7 miliardi). In autunno Renzi rischia di dover fare un’altra manovra, altro che tagli di tasse.

Mentre a Roma smonta il Senato e asfalta burocrati, a Bruxelles Renzi non trova il feeling neppure coi giornalisti (che non gli perdonano di raccogliere le domande e scegliere a quali rispondere). E nella partita di nomine per le direzioni generali e i segretariati, l’Italia renziana sembra assente: tedeschi e inglesi con militare compattezza occupano posizioni strategiche. L’Italia, che oggi ha la direzione Economia e Finanza col toscano di Pontassieve Marco Buti, rischia di contare sempre meno. Eppure di uomini da spendere in questo incastro ne ha tanti, uno su tutti: Stefano Grassi, consigliere europeo dei governi Monti e Letta e ora tornato alla Commissione per seguire la crisi Ucraina. Ora Renzi ha altre priorità e nessuno a cui delegare (l’unico uomo-Europa è Sandro Gozi, che ha già un milione di dossier da gestire, incluso il semestre di presidenza). Renzi-Ibrahimovic tira in porta spesso, ma resta a zero reti.

Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2014