“A Piombino si rischia un migliaio di esuberi, all’orizzonte c’è un vero e proprio dramma sociale. Il governo se ne è accorto? Il premier Renzi ci ascolti, la città sta morendo”. Lo sfogo porta la firma di Mirko Lami, coordinatore delle rsu Fiom dello stabilimento siderurgico Lucchini (2200 dipendenti diretti con contratti di solidarietà al 60%). Nelle ore scorse si è chiuso il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per acquisire la società bresciana in amministrazione straordinaria dal 21 dicembre 2012. L’unico soggetto che si è fatto avanti per rilevare almeno parte degli impianti di Piombino (gli altri stabilimenti sono a Trieste, Lecco e Condove) è stata l’indiana Jsw Steel Limited. Com’era prevedibile non c’è stata alcuna offerta per riportare in vita l’altoforno: il gruppo asiatico è interessato soltanto ai laminatoi e ai servizi accessori (l’offerta contempla anche l’impianto “Vertek” e la partecipazione nel capitale della Gsi). Per far marciare gli impianti su cui ha messo gli occhi la Jsw servono meno della metà delle tute blu attualmente presente in fabbrica: “Se il quadro venisse confermato dovremo parlare di un migliaio di esuberi soltanto fra i lavoratori diretti. Tremila considerando anche l’indotto”. Nemmeno la cockeria – su cui sembra avesse puntato gli occhi la ArcelorMittal – è stata oggetto di offerta: “Sarebbero stati salvati almeno 250 posti”. Le grandi difficoltà della fabbrica e dell’indotto (“molte famiglie di operai riescono ormai a stento a pagare le bollette e le rette della scuola”) si ripercuotono sull’intera città: “Sono sempre di più i cartelli ‘vendesi’ affissi ai portoni dei negozi. Senza contare che in un anno i residenti sono calati di 1400 unità”.

Così parte l’appello, non privo di polemica: “Fino a oggi sono riuscito a parlare delle sorti di Piombino con il Papa e con il presidente Giorgio Napolitano, ma con Renzi non ce l’ho ancora fatta. Lo invito ufficialmente a casa mia per un pranzo. Nel 2008, quando ero candidato al Senato, venne a pranzare da me l’allora segretario Veltroni. Oggi sono però in contratto di solidarietà e non potrei nuovamente offrire il cinghiale. Il premier si dovrebbe perciò accontentare di una semplice spaghettata”. Potrebbe essere possibile tra agosto e settembre quando il capo del governo ha programmato un viaggio nelle aree di crisi. 

Il problema è che al momento non ci sono notizie certe. Secondo la Uilm di Piombino gli esuberi potrebbero essere anche più di mille. “Tutto sarà più chiaro – dice Vincenzo Renda – quando Jsw presenterà ufficialmente i propri piani. A quel punto inizieremo un confronto per cercare di ridurre al massimo le eccedenze”. Nei prossimi giorni – si legge in un comunicato della Lucchini – il commissario straordinario Piero Nardi dovrà presentare “istanza di aggiudicazione al ministero dello Sviluppo economico che avrà 30 giorni per esprimersi nel merito”. La palla tornerebbe poi alla Jsw per la presentazione del piano industriale. E i lavoratori si dicono “pronti a portare la mobilitazione a Roma per salvare l’occupazione: il governo deve assumersi le proprie responsabilità” avverte il segretario della Fiom provinciale Luciano Gabrielli.

E gli operai che non rientreranno nel progetto? Fim, Fiom e Uilm mirano a sfruttare le opportunità contenute nell’accordo di programma per la riconversione e la riqualificazione del polo industriale piombinese (stanziati 250 milioni tra siderurgia e porto per bonifiche, ammodernamenti e incentivi agli investimenti). “Bisogna dare quanto prima attuazione ai programmi previsti dall’accordo – taglia corto Lami – i soldi stanziati si devono trasformare in posti di lavoro”. I sindacalisti sperano per esempio che Jindal sia interessato non solo a lavorare l’acciaio ma anche a produrlo: “Il nostro obiettivo – sottolinea il segretario provinciale della Fim-Cisl Fausto Fagioli – è arrivare a ricostruire un’area a caldo con tecnologia Corex e forno elettrico: l’operazione potrebbe avere un importante impatto occupazionale”. Lami effettua una stima approssimativa dei costi: “Per un impianto Corex piccolo, da circa 300mila tonnellate annue, ci vogliono intorno ai 100 milioni di euro. A questo punto però converrebbe di più intervenire sull’altoforno: con un intervento da 150 milioni si potrebbero garantire 2 milioni di tonnellate di ghisa annue”. E se il gruppo indiano non fosse invece interessato a produrre acciaio? “In questo caso bisognerebbe trovare altri soggetti disposti a farlo. Potremo ad esempio pensare a una società mista pubblico-privata”.

Per cercare di ridurre il dramma sociale si guarda però anche in altre direzioni. Parte degli operai – è il pensiero dei sindacalisti – potrebbero infatti anche essere riassorbiti grazie a nuove attività in ambito portuale. L’accordo di programma prevede infatti che una delle potenziali direttrici di reindustrializzazione dell’area sia lo smantellamento di navi. Lo stesso governo – aveva precisato la Regione Toscana – si impegna “a rendere disponibili navi da smantellare del ministero della Difesa”. A tal proposito il ministro Roberta Pinotti aveva dichiarato che c’erano già 38 navi militari in lista d’attesa. D’altra parte l’operazione Concordia è fallita, ma i lavori di adeguamento avviati proprio per tentare di conquistare il relitto della nave da crociera proseguono. E dovrebbero concludersi a settembre (era la promessa del presidente Enrico Rossi insufficiente per la decisione del governo). “A ottobre vogliamo le navi – sbotta Lami – il porto di Piombino sarà pronto per smantellarle”. L’accordo di programma darebbe ossigeno anche alle ditte dell’indotto: “Entro un anno dobbiamo dar vita a progetti concreti altrimenti rischiamo di perderle” mette in guardia Renda. All’orizzonte potrebbe però anche esserci una centrale a carbone da 900 megawatt da realizzare all’interno dello stabilimento. Il progetto da 1 miliardo di euro – a quanto risulta a Radiocor – sarebbe stato avanzato dalla B&S Global Energy e potrebbe garantire a regime intorno ai 500 posti di lavoro. Piombino in ogni caso non vuol darsi per vinta: “Il territorio è in crisi – afferma il sindaco Massimo Giuliani – ma può rinascere più forte di prima. Ci sono tutti i presupposti per potersi rialzare”.