La  mia giornata era cominciata male. Dentista. Un’ora e mezza per curare un dente. Dolore. Tanto dolore. Poi di corsa verso l’Abruzzo, dove sto seguendo le riprese di un film. Sulla strada pioggia a secchiate. Da non vedere da qui a dieci metri. Prima di uscire di casa, sbirciando su Facebook, avevo letto la notizia di tre arresti riguardante la serie Gomorra, di cui per alcuni mesi sono stato organizzatore. In macchina, sotto la pioggia, mi arriva al telefono la notizia che sarei indagato anch’io, sostanzialmente per falsa testimonianza, perché avrei negato di sapere che durante le riprese, anche se in un momento in cui ero già stato rimosso dal mio incarico da parte di Cattleya, sarebbe stato effettuato un pagamento illecito, frutto di una estorsione. Per questo ero stato interrogato alcuni mesi fa dai Carabinieri di Torre Annunziata.

Lì per lì non do peso alla notizia, che comunque mi lascia tranquillo. Raggiungo il set. Siamo su una montagna in cui i telefonini non prendono. Rimango isolato dal mondo per molte ore. Quando scendo verso la pianura, il mio telefono sembra impazzito. Messaggi su messaggi. Giornalisti che vogliono una dichiarazione. Amici che chiedono spiegazioni. Parlo con un paio di giornalisti. Ripeto cose già dette a suo tempo ai Carabinieri e ad altri giornalisti. Anche ad Antonio Massari, che fu il primo giornalista a sbattere in prima pagina sul Fatto Quotidiano la notizia che una delle location principali della serie Gomorra era stata ambientata nella villa di un boss arrestato e che oggi gli dà giù di brutto, tirando in ballo anche il silenzio strumentale di Saviano. Che invece ad un certo punto interviene, prendendo le distanze e definendo agghiaccianti alcune intercettazioni che sarebbero alla base dell’inchiesta, che insieme a me vede coinvolte altre due persone, oltre alle tre arrestate.

Intanto la notizia monta sempre di più. Articoli corretti. Articoli che salvaguardano la privacy degli indagati, dimenticando però che due hanno le stesse iniziali e che basta andare sul sito accanto per avere svelati i nomi degli indagati. Articoli scritti soprattutto per colpire altro, per dimostrare altro, per gettare fango e discredito. E poi i commenti. Moltissimi che si schierano a mia difesa e a quella degli altri. Molti che ci considerano delinquenti e che leggono la parola indagati come condannati. Fa parte del gioco. Di un gioco in cui gioco anch’io, col mio blog sul Fatto Quotidiano e con i miei interventi su Facebook. Non mi posso lamentare. Ma posso però dire che è assurdo che una persona in un paese civile debba apprendere di essere indagato per un reato di falsa testimonianza e di favoreggiamento alla camorra da un articolo di giornale? Che è cosa assurda e grave?

Torno a casa, dai miei figli. Loro ancora non lo sanno di avere un padre indagato. Per loro sono sempre lo stesso padre. Quello che realizza film che li annoiano. Quello che scrive cose che a loro non interessano. Quello ciccione. Quello buono. Quello che ci sta troppo poco. Ma che rimarrà sempre loro padre. A cui sorridere. A cui raccontare bravate e paure. Da cui rifugiarsi in una notte di pioggia e tuoni. Davide, il più piccolo, sette anni, si è scritto sulla pancia ‘vaffanculo’. Perché? Perché così non dico più le parolacce. Mi basta alzare la maglietta. Come faccio a non ridere? Decido di scrivere quello che state leggendo. Poi vado a letto.

Stamattina, ormai, ho deciso che non andrò sul set. Stamattina più che mai me ne andrò a Napoli. A testa alta. A parlare con le persone con cui stiamo costruendo qualcosa di importante. Oltre Gomorra. Oltre le indagini. E sempre a testa alta stasera  me ne andrò al Trullo a presentare il mio libro sulla mia esperienza di Gomorra. Con la postfazione della giornata di oggi raccontata  a voce. E a far vedere tre cortometraggi del Laboratorio Mina. E a continuare a lottare e a sognare. Dagli avvocati ci andrò quando mi sarà comunicato ufficialmente di essere indagato. Per il momento, quasi quasi mi alzo anch’io la maglietta, come Davide.