“E’ chiaro che se il Pil è più debole del previsto ci sono implicazioni per i conti pubblici”. Dopo le fosche previsioni di Confindustria e dell’Istat, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervistato da IlSole24Ore, è stato costretto a prenderne atto. Impossibile ostentare ancora fiducia in un numero diventato irraggiungibile: quel +0,8% di crescita che il governo ha inserito nel Documento di economia e finanza, e su cui ha basato tutti i suoi calcoli, è definitivamente sfumato. Quanto all’effetto propulsivo sui consumi del bonus di 80 euro, per ora non ce n’è traccia. L’Italia sta molto peggio di quanto Matteo Renzi e i suoi ministri hanno pronosticato solo tre mesi fa. In pratica, lo scenario più roseo che possiamo aspettarci è una stagnazione. Cioè industria e servizi che anziché ripartire procedono con il motore al minimo. Con il risultato che riassorbire i 3,2 milioni di disoccupati contati dall’istituto nazionale di statistica diventerà una missione quasi impossibile. Il tutto mentre la flessibilità chiesta a gran voce dal presidente del Consiglio all’Europa resta nei fatti una chimera. E da Bruxelles, al posto delle sbandierate “aperture”, arriva la richiesta di assicurare già quest’anno il progresso verso il pareggio di bilancio.  

Ecco come sta davvero l’Italia – La nota mensile di giugno dell’Istat ha rivisto al ribasso le già deboli stime sull’andamento del prodotto interno nei mesi tra aprile e giugno: nella migliore delle ipotesi il Pil salirà dello 0,3%, nella peggiore scenderà dello 0,1%. Vale a dire che il Paese, uscito dalla recessione solo alla fine del 2013, rischia di precipitarci di nuovo. “Quella dell”istituto di statistica è una previsione, non un dato consuntivo”, precisa Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma. “E c’è un margine di variabilità. Ma anche considerando lo scenario centrale tra i due estremi si ottiene che nel 2014 la crescita si attesterebbe allo 0%. Morale: a quest’ora avremmo dovuto vedere una ripresa, invece andiamo verso la stagnazione”. Poco potrà fare anche Esa 2010, l’attesa revisione del sistema di contabilità pubblica che entrerà in vigore in autunno: “Avrà di sicuro un effetto sui livelli assoluti del Pil, ma non sul tasso di variazione. La dinamica congiunturale resta quella”. Insomma: l’arma segreta del premier, quella che più volte gli ha fatto prefigurare una “sorpresa” positiva nella seconda parte dell’anno, potrebbe rivelarsi spuntata. In più – dato Istat di martedì, ulteriore colpo all’ottimismo renziano – il tasso di disoccupazione non smette di salire: a maggio ha toccato il 12,6%, sotto i massimi registrati a gennaio e febbraio ma pur sempre 0,5 punti in più rispetto a un anno fa. E con un picco del 13,8% per le donne. Non solo: nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni sono 700mila i ragazzi che inviano curriculum e rispondono ad annunci ma non riescono a entrare nel mercato del lavoro. Per loro il tasso è del 43%, un po’ meno che ad aprile ma il 4,2% in più rispetto allo stesso mese del 2013. Peggio ancora, calano anche gli occupati. Quelli che producendo e pagando i contributi dovrebbero assicurare la tenuta del sistema. Oggi sono 22,3 milioni, 61mila in meno rispetto al maggio dell’anno scorso. L’impianto degli ammortizzatori sociali, inevitabilmente, scricchiola. Solo per rifinanziare la cassa integrazione in deroga, ha fatto sapere il titolare del Lavoro Giuliano Poletti, manca 1 miliardo di euro. Se non si trova, 50mila lavoratori di piccole imprese in crisi potrebbero rimanere senza sostegno al reddito.

Ma non basta ancora: nel bollettino di guerra c’è un altro punto, solo in apparenza meno rilevante. Si tratta dell’andamento dell’inflazione, che continua a scendere. A giugno la crescita annua dei prezzi si è fermata allo 0,3%, ha calcolato sempre l’Istat. “Un campanello d’allarme che continua a squillare”, avverte Sergio De Nardis “anche se forse la politica non se ne è resa pienamente conto”. Qual è il problema, professore? “L’andamento dei prezzi da un lato riflette la debolezza dei consumi, dall’altro, se anche per il futuro ci si aspetta che l’inflazione non risalga, può deprimerli ulteriormente”. Il meccanismo è sempre lo stesso: se il consumatore pensa che domani un bene costerà di meno, rimanda l’acquisto. Le aziende, di conseguenza, mettono in stand-by produzione e investimenti. Non solo: più bassa è l’inflazione, più alto è il valore reale del nostro già mostruoso debito pubblico. Un circolo vizioso, aggiunge De Nardis, alimentato dall’austerity fiscale. “Le politiche economiche europee sono state finora profondamente sbagliate. E per ora non vedo un miglioramento: si fa tanto parlare di riforme strutturali, ma l’ordine delle priorità andrebbe invertito. Prima di mettere mano a interventi che avranno effetti tra tre o quattro anni bisogna occuparsi del breve periodo, sostenere la congiuntura. A livello europeo servono investimenti, una politica keynesiana che sostenga la domanda e dia fiato all’economia”.

Altro che flessibilità. Bruxelles più severa sul pareggio di bilancio - L’Europa, appunto. A cui Renzi ha chiesto più flessibilità nell’applicazione delle regole del Patto di stabilità e crescita. Ottenendo, in termini concreti, poco o nulla. A dimostrarlo, nero su bianco, sono i contenuti del testo finale della raccomandazione del Consiglio europeo all’Italia. Approvata dai leader dei 28, insieme a quelle sugli altri Paesi, durante il vertice di Bruxelles.

Quel documento, come rivelato da Repubblica sabato, è più severo di quello licenziato dalla Commissione il 2 giugno. E respinge la richiesta di Roma di rinviare il pareggio strutturale di bilancio al 2016, invitando al contrario a “rafforzare in modo significativo la strategia di bilancio per garantire le esigenze di riduzione del debito e raggiungere l’obiettivo di medio termine”, cioè il pareggio. Padoan, ora presidente di turno dell’Ecofin – il Consiglio che riunisce i ministri responsabili dell’Economia e delle Finanze degli Stati membri – farà di tutto per ribaltare la decisione durante la riunione dell’8 luglio. In caso di insuccesso, sono altri 3 miliardi che si aggiungono al conto dei capitoli per i quali trovare copertura in autunno. Oltre alla copertura delle detrazioni Irpef, al rinnovo dei contratti del pubblico impiego, alla cig in deroga e alle altre spese non finanziate come le missioni militari all’estero. Il ministro e il presidente del Consiglio hanno un bel dire che la Legge di stabilità per il 2015 non conterrà una manovra correttiva. A settembre il governo dovrà “aggiornare le stime sull’anno” contenute nel Def, prendendo atto che con l’economia così debole i rapporti deficit/Pil e debito/Pil vanno peggio di quanto immaginato. Un altro circolo vizioso. Con due soli sbocchi possibili: più tagli o più tasse.