Una patrimoniale da 30 miliardi sulla ricchezza finanziaria. Una nuova tassa di successione. Un corposo prelievo sulle pensioni calcolate con il vecchio sistema retributivo. Il dimezzamento della macchina burocratica. Oppure, a mali estremi, la ristrutturazione del debito pubblico per riportarlo a livelli sostenibili. Sono alcune delle proposte degli economisti, imprenditori e analisti sondati da ilfattoquotidiano.it per capire dove il governo potrebbe, nei prossimi mesi, decidere di affondare il bisturi. Mentre aleggia il rischio di un colpo di spugna su contratti nazionali di lavoro e articolo 18. L’autunno dell’esecutivo Renzi, infatti, sarà caldissimo. Da un lato occorre centrare gli obiettivi europei, visto che di fatto le pagelle di Bruxelles ci hanno “rimandati a ottobre”, quando Roma dovrà inviare alla Commissione la legge di Stabilità per il 2015. Dall’altro, il premier deve trovare una ventina di miliardi per mantenere le promesse fatte ai cittadini. Come l‘allargamento della detrazione Irpef alle famiglie numerose e monoredditogli interventi per gli incapienti e i pensionati o i fondi per l’edilizia scolastica. Più gli anticipi ai Comuni che non hanno deliberato sull’aliquota Tasi, le uscite per il servizio civile universale e quelle per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. “L’ammontare complessivo delle voci da coprire, considerando anche le missioni militari e la cassa integrazione, fa 23 miliardi”, conferma Sergio De Nardis, presidente dell’istituto di ricerca NomismaLa formuletta magica “spending review”, insomma, non basta. Ecco le proposte. 

Una patrimoniale sulla ricchezza finanziaria. Gettito: 33 miliardi – Non mancano le proposte altrettanto radicali quanto quella dell’economista Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School, direttore della ricerca Bce dal 2005 al 2008, secondo la quale la via maestra ribadita nei giorni scorsi all’Espresso è quella di una “ristrutturazione parziale del debito pubblico”, vale a dire che lo Stato italiano – “all’interno di una infrastruttura istituzionale, una cornice economica e legale a livello europeo che la renda possibile senza creare il caos” – dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di non ripagare interamente e/o alle condizioni previste le proprie obbligazioni tassando di fatto banche e risparmiatori. Ma c’è chi, invece, punta strade più tradizionali, seppure con variazioni sul tema non secondarie. “La mia idea? Una patrimoniale seria. In Italia la ricchezza finanziaria privata ammonta a circa 3.300 miliardi di euro. Mettiamoci sopra un’aliquota dell’1% e ne ricaviamo 33”. Vincenzo Manes, presidente della holding Intek group e di Fondazione Dynamo, ma anche grande finanziatore della Fondazione Open di Matteo Renzi, opta infatti per una tassa sugli attivi finanziari detenuti dalle famiglie italiane. Ma il ricavato, è la variazione, non va usato per ripianare il deficit. Bensì dedicato per intero a “finanziare la creazione di imprese sociali e progetti innovativi in campo artistico e culturale, ambientale, turistico e scientifico e nel settore del welfare”. “E’ una proposta solo apparentemente utopistica: se oggi il terzo settore genera il 7% del Pil nazionale e occupa 950mila persone, una misura del genere potrebbe raddoppiare entrambi i valori. Il che significa che creerebbe circa 1 milione di posti di lavoro. Un risultato impossibile da ottenere, ormai, nel manifatturiero tradizionale”, dice. E in ultima analisi, sempre secondo Manes, l’operazione andrebbe a vantaggio anche dei “tassati”: “In una società meno diseguale e più giusta, la loro ricchezza varrà di più”.  

Un’imposta di successione “ben disegnata”. Gettito: fino a 40 miliardi – Per Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss fresco di nomina alla presidenza delle Ferrovie dello Stato, imporre una patrimoniale è una buona idea, ma metterla in pratica in modo efficace sarebbe impossibile: “I capitali si muovono molto rapidamente. Andrebbe a finire che, come al solito, verrebbero colpiti solo i patrimoni medio-bassi. Lo dimostrano i risultati fallimentari della Tobin tax sulle transazioni finanziarie”. Ma c’è un’alternativa altrettanto valida e più praticabile: “Un’imposta di successione ben disegnata”, dice. Il professore non si spinge a quantificare il gettito, perché in gioco ci sono molte variabili. Ma il quotidiano Libero pochi giorni fa calcolava che un’aliquota del 20% sulle eredità, magari con una franchigia fino a 100mila euro, farebbe incassare allo Stato 40 miliardi l’anno.

Il rischio del colpo di spugna sui contratti nazionali – Mario Seminerio, gestore e consulente finanziario nonché blogger sui temi della macroeconomia e della finanza, parte dal presupposto che “di austerità si muore”. “Lo ha ammesso anche il Fmi”, ricorda. Di conseguenza, “fare un’altra stretta fiscale sarebbe deleterio. Deprimerebbe ancora di più il Pil e aumenterebbe il rapporto di indebitamento: un circolo vizioso. E tagliare la spesa pubblica avrà lo stesso risultato, se impiegheremo i risparmi ottenuti per ridurre il deficit e non per abbassare le tasse”. Con quali conseguenze e quali rischi? Si finirebbe per “eliminare subito i contratti collettivi di lavoro e l’articolo 18. A quel punto ogni datore di lavoro potrà decidere il livello degli stipendi senza vincoli, riducendoli. E licenziare, se necessario. Sarà doloroso, ma in quella condizione che io non auspico, solo una feroce deflazione salariale può farci recuperare competitività e ridurre la disoccupazione. Che altrimenti salirà ben più su del livello attuale”, è la sua tesi. Nessuna alternativa meno brutale? “Se l’economia torna a crescere, tutto può essere fatto in modo meno traumatico. Ma serve una crescita vera: un aumento del Pil intorno all’1,5%”. Altrimenti? “Con i nostri 2.100 miliardi di debito, basterebbe un rallentamento della crescita globale per farci arrivare vicino al dissesto. Nel contesto in cui siamo, considerato che più volte i tedeschi che ci hanno rimproverato di avere un’elevata ricchezza privata che fronteggia un altrettanto elevato debito pubblico, c’è il rischio che alla fine qualcuno torni a chiederci di fare una patrimoniale per compensare ricchezza privata e debito pubblico”, conclude dipingendo la situazione di un Paese appeso a un filo sempre più sottile. E a Esa 2010, il tanto discusso nuovo sistema di contabilità pubblica che entrerà in vigore in settembre e, per pure questioni statistiche, potrebbe far aumentare il prodotto tra l’1 e il 2 per cento. 

Scure sulle pensioni “inique”. Incasso previsto: 4 miliardi – Secondo Tito Boeri, ordinario di Economia e prorettore alla Ricerca dell’università Bocconi oltre che direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, il primo dossier a cui mettere mano è invece quello delle pensioni. Non per una nuova riforma, ma per “fare un’operazione di equità”, sostiene. Ovvero? “C’è un’evidente disparità tra i trattamenti calcolati con il vecchio e generoso sistema retributivo e quelli basati sul metodo contributivo – spiega -. Chi ha preso più del dovuto rispetto ai contributi che ha versato dovrebbe quindi essere soggetto a un prelievo limitato alla parte in eccesso”. Una tassa, insomma. Ma, secondo l’economista, inattaccabile dal punto di vista della legittimità costituzionale perché non colpirebbe poche “pensioni d’oro”, ma tutte e solo quelle ingiustificabili alla luce dei contributi versati. Con quale risultato? “Un’aliquota progressiva del 20% sugli assegni tra 2 e 3mila euro, 30% su quelli tra 3 e 5mila e 50% oltre i 5mila permetterebbe di incassare oltre 4 miliardi”, calcola Boeri.

Usare i fondi Ue per abbattere il costo del lavoro – L’economista della Bocconi ha nel cassetto anche un’altra proposta. Che a suo parere eliminerebbe alla radice la vergogna dei fondi Ue inutilizzati: “E’ fondamentale ridiscuterne la destinazione e, invece di disperderli in piccoli progetti di dubbia efficacia, ottenere la possibilità di usarne 20 miliardi nei prossimi due anni per abbattere il cuneo fiscale”. Una terapia d’urto con il pregio, sostiene Boeri, di avere “natura strutturale”. Perché “le politiche una tantum non funzionano: serve una detassazione del lavoro organica”. Accompagnata dall’introduzione di “un sussidio di disoccupazione universale che sostituisca la cig in deroga, strumento sbagliato, e sia accessibile anche per chi oggi non è coperto dagli ammortizzatori sociali”.

La versione di Serra: dimezzare i burocrati e dire addio al contante – Davide Serra, finanziere, vive a Londra e guida il fondo di investimento Algebris, che ha fondato nel 2006. In Italia è conosciuto soprattutto per l’endorsement nei confronti di Renzi in occasione delle primarie del centrosinistra nel 2012, quando per l’allora sindaco di Firenze organizzò una discussa cena di finanziamento con banchieri e industriali. Dalla City è tornato poi a sostenere il premier durante la campagna alle primarie del Pd nel 2013. La sua ricetta per il futuro dell’Italia ha un ingrediente principale: la meritocrazia in tutte le sue declinazioni. Sul fronte finanziario, l’idea si traduce nel togliere a chi riceve troppo senza guadagnarselo. A partire dai burocrati. “Nell’arco di cinque anni si devono ridurre del 50% le spese della macchina burocratica e aumentarne di altrettanto l’efficacia”. Come? “Abbassando i salari, i costi operativi o il numero di persone. Dove tagliare lo deve decidere chi gestisce la macchina. Ciò che conta è aumentare il rapporto tra risultati e costi”. Altro che la blanda “mobilità volontaria” prevista dalla riforma della pubblica amministrazione del ministro Marianna Madia, che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri il 13 giugno. La seconda cosa da fare subito? Per Serra è eliminare l’uso del contante. Perché se tutte le transazioni fossero elettroniche, dunque tracciabili, l’evasione fiscale che attualmente è ai livelli più alti d’Europa si ridurrebbe di netto. Nei Paesi in cui il numero di pagamenti con bancomat e carte di credito è più alto (Olanda, Francia, Gran Bretagna e, un po’ staccata, Germania), la quota del “nero” sul Pil è metà di quella italiana. 

Tagliare le funzioni non prioritarie e colpire la corruzione – “Niente tagli lineari”, è invece il consiglio di Luigi Paganetto, ordinario di Economia a Roma Tor Vergata e presidente del Centre for economic international studies. “Serve un’operazione analitica: raggruppare la spesa pubblica per funzioni, andare a vedere quanto spendiamo per ognuna e decidere quali sono prioritarie e quali possono essere eliminate”, dice. Un esempio concreto? “Dentro la spesa per il trasporto regionale stanno il sostegno al pendolarismo e quello al turismo. Possiamo decidere che del turismo si devono occupare i privati e eliminare quella voce”, spiega. Non solo: “E’ importante andare a guardare la relazione tra spesa e corruzione”. Perché casi come quelli della cupola dell’Expo e delle tangenti sugli appalti Mose, per limitarsi a quelli emersi nell’ultimo mese, non solo sottraggono enormi risorse alla collettività, ma distorcono anche la concorrenza, oltre a deturpare l’immagine internazionale del Paese. “Per questo bisogna intervenire dove la corruzione si innesta nel meccanismo di ripartizione delle uscite. Non è difficile come sembra: in fondo sappiamo bene che questi fenomeni nascono soprattutto laddove si danno licenze, concessioni, autorizzazioni e appalti”. Un motivo in più, se servisse, per smettere di rinviare la presentazione del ddl anticorruzione e varare subito il decreto che darà più poteri all’Authority guidata da Raffaele Cantone.

Le ambiguità sui tagli da 10 miliardi al servizio sanitario – “Se l’Italia fosse un’azienda, tagliare qualche decina di miliardi su 800 di uscite non sarebbe un problema”, sostiene infine l’economista Fedele De Novellis, partner della società di analisi e consulenza REF Ricerche. “Invece si tratta di capitoli di spesa in parte già ridotti in passato e non più comprimibili, in parte fuori dal controllo del governo. Di fatto gli unici spazi su cui è possibile intervenire sono sanità e pubblico impiego. Ma dovremmo immaginare manovre davvero monstre”. Manovre che per quanto riguarda la sanità Renzi, dopo un braccio di ferro con il ministro Beatrice Lorenzin, ha escluso. “Non ci sono tagli sulla Sanità”, ha annunciato il 18 aprile, giorno del varo del Dl Irpef da parte del governo. Ma nella legge di Stabilità la sforbiciata arriverà eccome. A fare da cinghia di trasmissione sarà il Patto per la Salute, l’accordo finanziario triennale tra Stato e Regioni di cui proprio Lorenzin sta discutendo i dettagli con gli enti locali. Il ministro ha preannunciato che sarà possibile risparmiare 10 miliardi in tre anni grazie a digitalizzazione dei processi, taglio dei mini ospedali, riforma dei ticket e maggiori poteri in capo all’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), che controllerà il rispetto del patto e l’andamento dei conti. Stando alle promesse del ministro l’intero ammontare delle risorse recuperate sarà reinvestito nel sistema. Difficile, in realtà, che quel che si raccoglie lì non venga utilizzato per coprire altri buchi.

Il paragrafo sulle dichiarazioni di Mario Seminerio è stato aggiornato alle 13.30 dell’8 giugno 2014 da Redazioneweb. Per errore era stata pubblicata una bozza. Ce ne scusiamo sentitamente con l’interessato e con i lettori.