E’ vigilia di ansia, riflessioni, stravolgimenti tattici. L’Italia contro l’Uruguay non può fallire: dopo la sconfitta contro il Costa Rica, serve almeno un pareggio per guadagnare gli ottavi di finale. Altrimenti sarà fallimento. Il secondo consecutivo, considerando che già quattro anni fa in Sudafrica gli azzurri uscirono subito, senza vittorie in un girone abbordabilissimo con Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda. Stavolta l’urna è stata severa, ma la sostanza non cambierebbe. E sarebbe un risultato storico, a suo modo: è dagli Anni Sessanta (dai Mondiali ’62 in Cile e ’66 in Inghilterra) che l’Italia manca la qualificazione al secondo turno per due edizioni di fila. Per il momento della verità, Cesare Prandelli rivoluzionerà la sua nazionale: dentro Immobile al fianco di Balotelli, niente più Tiqui-Italia con i quattro centrocampisti centrali a far palleggio (complice anche la rinuncia forzata a De Rossi, infortunato). E soprattutto ritorno alla difesa a tre.

Che in azzurro negli ultimi due anni si è vista solo in occasione della semifinale di Confederations Cup persa l’anno scorso con la Spagna, e all’inizio di Euro 2012. In Polonia e Ucraina l’Italia di Prandelli aveva cominciato il torneo proprio con il modulo che nelle ultime stagioni in campionato ha fatto la fortuna della Juventus, con la variante di De Rossi spostato al centro della difesa. Anche allora, però, dopo il convincente esordio contro la Spagna campione del mondo (fermata sull’1-1), era arrivato lo stop contro la Croazia, che aveva spinto il ct a cambiare tutto per la terza e decisiva sfida contro l’Irlanda. Il passaggio alla difesa a quattro era stata la mossa vincente per il gioco e per i risultati della nazionale. Oggi il percorso si ripropone, ma all’inverso.

Prandelli si rifugia nella difesa a tre e nel blocco Juventus per cercare di nascondere gli evidenti limiti della retroguardia azzurra, che del resto non aveva ben figurato neppure all’esordio vincente contro l’Inghilterra. Dentro Bonucci, fra Barzagli e Chiellini, per affrontare la terribile coppia uruguagia formata da Cavani e Luis Suarez. Ed in effetti la formazione che dovrebbe scendere in campo domani sembra più coerente rispetto a quella delle prime due partite: Verratti con un ruolo definito a centrocampo, Marchisio riportato nella sua posizione naturale di interno. E finalmente un’altra punta ad affiancare Balotelli, abulico contro il Costa Rica ma anche terribilmente isolato là davanti. La nuova Italia potrebbe funzionare.

Ma restano anche i dubbi che accompagnano sempre i cambiamenti in corso d’opera. Il tecnico di Orzinuovi rinnega un po’ tutte le idee difese nelle ultime settimane: la necessità di giocare con una sola punta e un centrocampo folto (giusto prima del debutto il ct aveva definito “molto difficile” l’impiego contemporaneo di Balotelli e Immobile), la bocciatura di Bonucci (a cui è stato preferito addirittura Paletta) e della difesa a tre. Anche la scelta delle convocazioni indicava chiaramente la volontà di giocare a quattro dietro: il ct ha portato in Brasile solo quattro centrali, e soprattutto ha lasciato a casa esterni come Maggio e Pasqual. Rispetto a due anni fa, l’Italia non ha uomini di spinta in corsia (come Giaccherini), e neppure un terzino sinistro di ruolo. Per questo il 3-5-2 di domani potrebbe assomigliare tanto a un 5-3-2. Dovranno essere bravi gli azzurri a interpretare il modulo nella maniera giusta. E a non speculare troppo sul pareggio, atteggiamento che potrebbe rivelarsi molto pericoloso. Prandelli si gioca tutto con un’Italia che proprio non aveva in mente alla vigilia del torneo. Dimostrazione di elasticità o di incapacità di dare una vera identità a questa squadra? Mossa vincente o della disperazione?

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