Le riforme sono di là da essere approvate, ma fanno una prima vittima. E’ il senatore Mario Mauro, rimosso dalla commissione Affari costituzionali che si avvia a discutere il disegno di legge che dovrebbe trasformare il Senato in Camera delle autonomie. Una sostituzione che Mauro ha subito e che porterà al suo posto Lucio Romano, molto più indulgente con il governo Renzi. C’è chi la chiama “epurazione”. C’è chi dà del “giuda del 21esimo secolo” al presunto tessitore di questa operazione: Pier Ferdinando Casini che del resto di esperienza parlamentare ne ha da vendere, visto che tra Camera e Senato spegne quest’anno 31 candeline. Mauro reagisce: “Non sono il Dudù di Renzi”, “Casini è il Torquemada“. Tutto il centrodestra fa l’indignato e esprime solidarietà. Nel frattempo però la parabola di Mauro, che ora si è preso 24 ore di tempo per decidere se uscire dal gruppo parlamentare insieme ad altri colleghi, finisce nel peggiore dei modi. Sarebbe in teoria il leader dei Popolari per l’Italia, ma l’estromissione di oggi rende chiaro che non lo è più. Era diventato una figura autorevole dentro il Pdl, del quale ha fatto il capodelegazione fino all’inverno 2013. Alla fine del 2012, lungo la strada verso Scelta Civica, fu tra coloro che – molto prima della condanna definitiva – presero il coraggio a quattro mani e lasciarono Berlusconi. Il tempo di prendere posto a Palazzo Madama e il gruppo parlamentare montiano si era già scisso: più o meno democristiani da una parte, liberali dall’altra. I primi erano guidati proprio da Mauro che è comunque rimasto ministro della Difesa per quasi un anno. E ora si capisce perché al posto di Mauro nel governo è finito un uomo di Casini (il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti): è evidente che il leader dell’Udc conta molto di più. “La manina, o la manona – dice Mauro – è molto chiara, ed è l’esito delle elezioni europee, con molti che vogliono asservirsi ai diktat del presidente del Consiglio”. Secondo Mauro a dimostrare che dietro la decisione della sua sostituzione ci sia il Governo, c’è il fatto che già in mattinata “il sottosegretario Delrio aveva comunicato a un senatore il contenuto e l’esito della riunione di un gruppo, al quale egli non appartiene ma che evidentemente gli appartiene”. “Qualcuno più realista del Re – ha insistito l’ex ministro della Difesa – si è reso disponibile all’operazione” che poi “è stata condotta da alcuni sprovveduti bravi”. “Il ruolo di Torquemada – ha poi raccontato – lo ha assunto Casini con un intervento accorato con cui ha chiesto la mia sostituzione”. “Io non solo sono a favore di riforme in generale – ha poi spiegato – ma voglio questa riforma del Senato e del Titolo V; ma evidentemente se non ci si concepisce come il Dudù di Renzi, difficilmente si parteciperà a questo processo”.

E ora il mirino si sposta su Corradino Mineo. Nei giorni scorsi, si era profilata un’analoga ipotesi di sostituzione e lui ribadisce che non ha alcuna intenzione di dimettersi e che un’operazione del genere sarebbe un “errore politico” del capo del governo. A commentare è Vannino Chiti, ex ministro delle Riforme che aveva presentato un ddl alternativo a quello del governo poi trasformati in emendamenti. parla anche del collega Pd Mineo: “La rimozione del senatore Mauro dalla commissione Affari Costituzionali lascia sconcertati – afferma – Sono messe in discussione autonomia e responsabilitàdel ruolo dei parlamentari sancite dalla Costituzione. Ci si sta mettendo su una brutta strada: non è quella da seguire per fare una buona riforma costituzionale”. “Il problema – aggiunge – non sono Mauro, Mineo o i cosiddetti ‘aghi della bilancia’: se il Pd vuole per la riforma della Costituzione un asse esclusivo con Forza Italia e Forza Italia vota, i numeri in Parlamento ci sono. Se Forza Italia non ci sta o saggiamente tutti ritengono che sulla Costituzione e la legge elettorale sia da ricercare un consenso più ampio, quello che serve è un confronto e un dialogo reali, non ricercare scorciatoie di tipo autoritario, che non portano a niente”. Sulla sostituzione di Mineo il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi dice che “valuteranno il gruppo e il capogruppo, ma c’è un tema fondamentale, quello della compattezza del gruppo. E’ ovvio che ci sia un confronto, che è stato ampio” ma l’importante è che ci sia “una compattezza plastica del gruppo al momento dell’approvazione”. La traduzione pare chiara. Tanto più che a rendere più chiaro la strada è il sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto: “Gli italiani hanno approvato l’approccio riformatore del governo. È come se avessero detto all’esecutivo: ok, procedi. Nel Pd lo hanno capito quasi tutti. Tranne alcune persone, e penso a Corradino Mineo, a Walter Tocci, a Vannino Chiti. A quale elettorato si rivolgono, mi chiedo. Il nostro elettorato ci ha chiesto di andare avanti senza ulteriori indugi”. E alla fine Scalfarotto avverte: “Chi fa saltare le riforme si assume la responsabilità di non far fare a Renzi quello che gli italiani gli hanno chiesto. E dovrebbero renderne conto”.

Forza Italia vede riavvicinarsi il figliol prodigo ex “traditore”: “Esprimo solidarietà al senatore Mario Mauro per aver subito quella che, secondo le modalità dichiarate dall’ex ministro, si può definire un’epurazione, tipica di una gestione troppo autoritaria di un gruppo parlamentare in una repubblica parlamentare matura come dovrebbe essere la nostra” dichiara Paolo Romani, presidente del gruppo Forza Italia”. Stesso concetto espresso dal coordinatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto: “L’epurazione di Mario Mauro certifica definitivamente l’ingresso di Casini nel Pd e la volontà dei sedicenti moderati di salire sul carro di Renzi. Sono molto contenti di poter servire il nuovo padrone e attendere, scodinzolando, che dalla tavola imbandita cada qualche osso”.