Nonostante gli inviti, da ultimo quello di Pierluigi Bersani, Vannino Chiti non ritira il disegno di legge sulle riforme costituzionali di cui è il primo firmatario. Chiti lo ha ribadito intervenendo all’assemblea dei senatori del Pd. Il testo della minoranza dunque resta e verrà illustrato in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama che inizia oggi la discussione generale. Sarà poi la presidente Anna Finocchiaro, al termine della discussione generale, a tirare le somme su un testo base sul quale lavoreranno i senatori. Quindi non è cambiato niente dopo l’incontro tra il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi sulle riforme: un vertice – avvenuto a Palazzo Chigi a poche ore dall’affidamento in prova ai servizi sociali del quasi ex Cavaliere – che dovrebbe essere servito a rinsaldare il patto del Nazareno del gennaio scorso e ridimensionare i molti sussulti sia dentro il Pd sia dentro Forza Italia. “Chiti non ritirerà la sua proposta – ha spiegato il capogruppo democratico Luigi Zanda – che farà parte della discussione in Commissione. Poi naturalmente verrà adottato un testo base e inizierà la fase degli emendamenti”. Zanda ha ribadito che, diversamente da quanto chiede il ddl Chiti, la posizione del Pd è per “un nuovo Senato che sia frutto di elezioni di secondo grado”. E’ rimasta peraltro lettera morta l’auspicio di Davide Faraone, componente della segreteria guidata da Renzi, che ad Agorà aveva detto che “è chiaro che rientra nell’intesa e nelle decisioni del Partito democratico”. 

Sul ddl Chiti sembravano convergere gli interessi non solo di una parte del gruppo del Pd al Senato, ma anche di quelli del Movimento Cinque Stelle, dei 14 ex M5s fuoriusciti e perfino di una parte di Forza Italia. “È prematuro, lo stiamo studiando e bisognerà capire se ci sarà la possibilità di emendare – ha dichiarato l’ex capogruppo grillino Nicola Morra – Ci sono alcuni elementi che ci piacciono, altri che vanno approfonditi e altri che non vanno bene. Noi siamo da sempre sostenitori del principio di rappresentatività e ridurre a 106 i senatori eletti non ci convince, mentre ci piace ragionare sul superamento del bicameralismo perfetto”.

Quanto a Chiti l’ex ministro delle Riforme conferma: “No, non lo ritiro per convinzione e perché io sono il primo firmatario, ma ce ne sono diversi, che mi pare siano 34. Penso che sia un contributo alla discussione. Poi la presidente farà un testo base, vediamo se ci convince ed eventualmente presenteremo degli emendamenti. Bene che sia solo la Camera che dà la fiducia e ha l’ultima parola sul complesso delle leggi, ma rimanga il bicameralismo sulle modifiche alla Costituzione, sulla legge elettorale e le leggi europee, sui diritti civili e politici e sulla ratifica dei trattati internazionali. Quanto all’eleggibilità dei senatori per me è un valore aggiunto che siano i cittadini a scegliere”. “Non pongo paletti, l’importante – ha aggiunto Chiti – è che ci sia coerenza tra la legge elettorale che prevede una Camera ipermaggioritaria, la riforma del Titolo della Costituzione che ricentralizza molto e poi la previsione di un Senato fatto da sindaci e presidenti di Regioni”.

Dunque tutto viene rinviato al lavoro della commissione Affari Costituzionali dove il Pd chiede già da ora eventuali sedute notturne se ci saranno forme di ostruzionismo. In commissione “ciascuna delle posizioni deve avere il tempo di esprimersi – spiega la presidente Finocchiaro – ma non consentirò manovre altre rispetto all’approfondimento del tema. Non ho difficoltà a prevedere che la discussione sarà lunga e approfondita, ma ciò non può essere un’occasione per una dilazione delle decisioni”. “I temi da affrontare sono molti – ha ricordato la presidente della Commissione Affari Costituzionali – e bisogna dare a tutti la possibilità di esprimere la propria posizione. Si discute da molti anni su questi temi, come la fine del bicameralismo o il rapporto fra lo Stato e le Regioni, e su ciascuno di questi ci sono posizioni diverse”. Quindi ci sarà una “discussione approfondita” ma “non a scapito dei tempi”. Per quanto riguarda infine le alleanze, Finocchiaro ha affermato: “Il gioco delle alleanze è relativo, perché tenderò a portare in aula una riforma largamente condivisa”.