Sono tornato ad Arzano. Non lo facevo da tempo. Chi la racconta come la città che ispirò il bel libro del compianto maestro Marcello D’Orta, dal quale è stato tratto il film Io Speriamo che me la cavo, la dice giusta in parte.  Arzano è il precipizio nel quale è sprofondato questo paese, ridotto ad elemosinare elezioni che si traducono in croci con una democrazia, ormai vento leggero, prono di fronte all’arsura dell’indifferenza e della rassegnazione.  Arzano è un comune in provincia di Napoli, 40 mila abitanti. Quando raccontai i comuni sciolti per mafia, iniziai da qui il mio viaggio. In questo paese si guarda in faccia la migliore riforma realizzata, mai passata neanche in prima lettura, quella del federalismo criminale. Morti ammazzati e contiguità.

Quella composizione di potere che è rappresentazione simbolica e insieme erogazione di servizi: la mafia sotto casa. Nel 2008 il comune venne azzerato per infiltrazioni criminale. Un territorio stretto tra le bocche fameliche di diversi clan che controllano tutto, pure i funerali. Non è questione di quattro consiglieri che tornano a casa perché l’ente viene commissariato, non è questione di compromissione, è questione più alta, è lenta e operosa costruzione di consenso per lo scacchiere criminale e inesorabile perdita di credibilità per i poteri dello stato. Quando qualcuno, in ogni forma, media un diritto o baratta un dovere, è già morta la democrazia. Il 416 ter, articolo del codice penale, che la politica da 20 anni promette di riformare, avrebbe consentito di liberarci di signorotti locali al governo in combutta con il mafioso, ma non della mafiosità strisciante, del federalismo criminale, che è forma di stato, impasto crudele, groviglio tra rappresentanza pubblica e camorra. La relazione che accompagnava quello scioglimento era il manifesto del federalismo criminale. 

La lettura di un passaggio è indispensabile: “Al riguardo, la commissione ha messo in luce una cointeressenza del maresciallo del locale corpo della polizia municipale con una ditta di costruzione indicata come contigua alla criminalità organizzata locale. Il titolare dell’impresa, peraltro incaricata dei lavori connessi ad uno dei due illegittimi permessi a costruire, è cognato del predetto maresciallo che, in posizione funzionale di part-time presso l’ente locale, lo affianca nell’amministrazione della impresa edile. Ad avviso della commissione la presenza all’interno del comando della polizia municipale del predetto maresciallo nella sua duplice veste di vigile e imprenditore è risultata strumentale alla realizzazione di abusi edilizi posti in essere da congiunti di personaggi denunciati per reati di cui all’art. 416-bis c.p”.

A distanza di anni dopo lo scioglimento per camorra, si è tornati al voto. Un’inchiesta della magistratura ha portato ai domiciliari il nuovo sindaco per tentata concussione, ora ad Arzano c’è di nuovo il commissario. Bipolarismo perfetto. Prima centrosinistra e poi centrodestra. Stesso risultato fallimentare. E pensavo bastasse, invece no. Sono andato nell’area industriale per capire che lungo quel vialone, tra capannoni e orizzonti, c’è l’Italia che produce, menti e ingegno, lavoro e idee. I lavoratori della Micron sono ingegneri che vanno all’estero per formare i colleghi statunitensi. Orgoglio italiano. Ora ne vogliono cacciare 52 dal ciclo produttivo, in tutta Italia 419, e avviarsi alla chiusura dello stabilimento. Nessuna crisi, solo ricollocazione, la multinazionale è in utile. Ho seguito, per il programma la Gabbia, la loro settimana prima del piano di esuberi documentando il loro viaggio a Roma direzione Palazzo Chigi. Attendevano risposte, al momento hanno ricevuto gelanti consigli che hanno scatenato la loro indignazione. Hanno scritto anche al primo ministro Matteo Renzi. “Manca la politica”, hanno raccontato. Ecco la politica. Ad Arzano è commissariata, altrove è distratta e incapace. Così vince il federalismo criminale senza arresti e senza rumore.