Si dà il caso che l’evasione fiscale sia una delle piaghe che più affliggono l’economia del nostro Paese e si dà il caso che quello degli affitti in nero sia uno dei settori maggiormente interessati dalla pratica illegale di non registrare il contratto, di dichiarare un canone inferiore a quello effettivo oppure di registrare un finto comodato d’uso.

Si dà il caso che il governo, per combattere questa piaga, nell’aprile del 2011 abbia emanato un decreto grazie al quale gli inquilini potevano denunciare il padrone di casa, registrare autonomamente il contratto d’affitto presso un qualsiasi ufficio delle Entrate e beneficiare di un notevole sconto sul canone annuo che diventava equivalente al triplo della rendita catastale e quindi in molti casi inferiore del 70, 80% al valore di mercato con la durata di quattro anni e la possibilità di rinnovo di altri quattro. 

Fino a qualche giorno fa parecchi inquilini, soprattutto studenti fuori sede, hanno beneficiato di questa legge che ha permesso loro di uscire da una situazione di illegalità e soprattutto di pagare affitti molto meno costosi. Per fare un esempio, a Salerno una inquilina che prima pagava 950 euro mensili, dopo la denuncia della proprietaria di casa, ha ottenuto la possibilità di pagarne 224. 

C’è chi ha definito questi inquilini delatori o spie osservando che anche loro fondamentalmente erano complici dal momento che avevano accettato un contratto in nero. Fatto sta che questa norma ha permesso al fisco di far emergere parecchi casi e di costringere i proprietari a pagare i tributi dovuti e le relative sanzioni. Questo fino al 14 marzo di quest’anno, data in cui la Corte Costituzionale ha bocciato la norma con effetto retroattivo creando una situazione di caos enorme. Chi infatti aveva denunciato il proprietario reo di avergli affittato un alloggio in nero ora si trova il contratto annullato, è costretto a lasciare l’abitazione e a pagare la differenza per tutte le mensilità pregresse mentre il proprietario sarà obbligato a pagare le imposte non versate più gli interessi, ma non sarà costretto a “subire” un contratto che reputa un ricatto, per giunta della durata di otto anni.

La Corte Costituzionale ha bocciato la norma per difetto di delega, ovvero la legge in base alla quale è stato emanato il decreto legislativo 23/2011 si occupava di federalismo fiscale e le norme contro l’evasione degli affitti in nero, secondo i giudici, sono andate oltre gli obiettivi che aveva fissato il Parlamento. Prima della bocciatura inoltre, molti magistrati avevano evidenziato la lesione della libertà contrattuale dei proprietari e sanzioni troppo severe e sproporzionate rispetto alla violazione fiscale.
Qui però “la sciura Maria”, proprietaria o inquilina che sia, rischia di non capirci più niente: l’evasione fiscale è un reato oppure no? E c’è una “piccola” evasione fiscale che si può perdonare, per la quale si può chiudere un occhio oppure non registrare un contratto per l’affitto di un monolocale ad un universitario o ad un immigrato è comunque una violazione della legge che prevede una punizione esemplare? Sì, ma esemplare quanto?

Così mentre alcuni proprietari furbetti tirano un respiro di sollievo e alcuni inquilini spioni che credevano di avere le spalle coperte dall’Agenzia delle Entrate si sentono invece cornuti e mazziati, mentre Confedilizia e le sigle della proprietà edilizia sono soddisfatte e i sindacati degli inquilini insorgono chiedendo incontri ai rappresentanti del governo e ai gruppi parlamentari per un chiarimento noi ci domandiamo semplicemente chi abbia partorito questo abominio.

Autogol dell’Agenzia delle Entrate? Pasticcio in salsa italiana dell’allora governo? Eccessivo zelo dei giudici costituzionali? Una cosa è certa, ad andarci di mezzo sono sempre i cittadini anche quando pensano di mettersi in regola e di ripristinare la legalità.