Sgambetto della Cei al Papa sulla pedofilia. Mentre Francesco nomina una vittima degli abusi nella neonata Commissione per la tutela dei minori, i presuli italiani evidenziano la mancanza dell’obbligo giuridico per i vescovi di denunciare all’autorità giudiziaria civile casi di pedofilia. Nel nuovo testo delle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, approvato dal Consiglio episcopale permanente del gennaio scorso e reso pubblico oggi, dopo la clamorosa bocciatura della precedente versione da parte della Congregazione per la dottrina della fede, la Cei si limita a riscrivere il periodo incriminato in questo modo: “Nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico – salvo il dovere morale di contribuire al bene comune – di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”.

L’inciso sul dovere morale, unica aggiunta rispetto alla precedente versione datata 2012, suona come una frase beffa rivolta a Papa Francesco che, insieme al “G8” di cardinali che lo consigliano nel governo della Chiesa universale, ha messo la lotta alla pedofilia e al riciclaggio del denaro al primo punto delle riforme che ha già avviato nel suo primo anno di pontificato. Una lotta, quella alla pedofilia, come sottolineato più volte anche da Bergoglio, intrapresa con determinazione già da Benedetto XVI. Ma alla Cei targata Bagnasco evidentemente il magistero e i gesti di Papa Francesco non contano nulla. Ed è proprio sulla lotta alla pedofilia che si consuma lo scontro finale tra Bagnasco e Bergoglio che, come annunciato da ilfattoquotidiano.it, aprirà l’assemblea generale della Cei del maggio prossimo in Vaticano. Segno eloquente che il Papa ha ormai preso in mano il timone di un’istituzione, la Conferenza episcopale italiana, che non solo non ha saputo sintonizzarsi sulla “rivoluzione Bergoglio”, ma si è posta in aperta contrapposizione con il Pontefice latinoamericano. Sull’obbligo giuridico della denuncia alla magistratura civile dei casi di pedofilia la Congregazione per la dottrina della fede era stata chiarissima, nonostante la Cei abbia fatto finta di non comprendere i motivi della bocciatura delle precedenti linee guida.

L’ex Sant’Uffizio, infatti, aveva affermato che “l’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile. Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi Paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche”. Parole a dir poco eloquenti alle quali la Cei ha risposto in modo assolutamente beffardo. E ora Papa Francesco chiederà le dimissioni a Bagnasco?

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